OSSIMORO


  • Immensamente grato a Karl Rahner, da quando ebbi il coraggio o l'incoscienza di presentare nella sala del Palazzo della Signoria, qui a Jesi, l'opera “Uditori della Parola” nel 1968, alla sua prima edizione; e a don Italo Mancini che ebbi la fortuna di conoscere e persino di invitare, tanti anni or sono, in una stagione di ben altre speranze. Debbo a loro questa riflessione sulla Teologia dei doppi pensieri, come la chiamava don Italo o dell'ossimoro come spesso, suscitando un po' di ironia negli ascoltatori, io amo ripetere.

    Ha qualche anno ma mi sembra di una certa attualità.

    Teologia dei doppi pensieri

    Don Italo Mancini dopo una riflessione su I Fratelli Karamazof e l'Adolescente di Dostoieskij conclude: occorre sostenere il convincimento che l'uomo è sempre di fronte ad una cultura delle tracce e che il sistema totalmente dato è un paradiso perduto; vuol dire sostenere che noi, in campo teologico, dobbiamo realizzare una ricerca di senso attraverso frammenti, attraverso balenamenti. Si prenda Lutero: grandissimo nella liberazione della fede dalle cadute ecclesiastiche e impositive e allo stesso tempo assertore di una logica dei principi che sembra giusto l'opposto della primitiva intuizione.

    Teologia dei doppi pensieri che esalta la pura e libera fede e rende necessari l'obbedienza alle autorità secolari.

    La teologia dei doppi pensieri fa i conti con gli attributi e le prove di San Tommaso ma sta anche con una teologia che, con Dionigi l'Areopagita, ha sempre un oltre  rispetto alla informazione data. Non può escludere niente senza manifestare una volontà di dominio, una presenza non trasparente del mondo, indegna di un popolo che Dio suscita con la sua parola; tutto questo mentre è evidente lo scacco della pretesa dialettica sia egheliana che marxista e l’insufficienza dell'altra, quella della non metafisica heideggeriana.

    Resta da prendere atto, conclude don Italo con il vecchio Aristotele, che l'attributo del divino è la munificenza del darsi senza esaurimento di significato, dentro una ricchezza di sensi che sempre di più accerchia, riuscendo e non riuscendo a portare a termine quella utopia teoretica dell' afferrare concettualmente le aconcettuali realtà che sono proprie dell' "Oggetto immenso". Qui si potrebbe partire per confrontarsi con Florenskij e la sua visione dell' infinito della quale non potremmo fare a meno successivamente.

    Paolo esprime la logica del cristiano con questi termini: "apouromenos alla oux ezaporoumenoi" (per Rahner frase quasi intraducibile): senza via di uscita ma non ancora alla fine, incerti ma non disperati.

    Non sappiamo da che parte rigirarci:

     ma non per questo perdiamo la strada,

    nel bisogno ma non nella disperazione,

    senza via di uscita ma non in un vicolo cieco.

    Potremmo dire, con Rahner, che nella prassi il cristiano è un aporretico radicale: cioè colui che pratica una strada apparentemente senza sbocco.

    Occorre partire dalla condizione radicale dell'uomo e in questa il cristiano non può non essere pessimista. E anche se, per la sua lettura la causa è il peccato, chiunque, anche in un discorso accademico, può costatare il senso tragico dell' esistenza.

    Se ci poniamo di fronte alla realtà, sono troppi i punti oscuri in cui ci imbattiamo (pensiamo allo stato della politica oggi in Italia, alle illusorie promesse dei partiti, alla pace mai raggiunta, ai diritti dell'uomo mai rispettati, alle tragedie del secolo passato .. )

    La Chiesa deve avere il coraggio della critica delle pretese assolute ma con la consapevolezza anche del limite delle altre soluzioni.

    Con Paolo potremmo dire: combattere con gioia anche per questa nostra storia perché la speranza viene dallo Spirito, non dalla storia; questa speranza ci aiuterà a non capitolare di fronte alle tenebre dell' esistenza, ma non a sostenere uno pseudo ottimismo.

     

    Don Attilio Pastori 

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