Multiculturalismo? Non tradire ma tradurre le culture


  •    Teresa Panini, delle mitiche edizioni Panini, si dedica adesso alle edizioni d'arte e mi ha chiesto di collaborare a un volume sulla Cappella Palatina di Palermo, consacrata il 28 di aprile del 1140, uno dei capolavori più visitati nella mia città, a me particolarmente caro perché là si sposarono i miei genitori.
    Chi ora alza il naso verso quei magnifici mosaici di scuola bizantina, o ammira, sulle foto o dal vivo, il soffitto in legno con le classiche decorazioni islamiche "muqarnas", percorrendo la pianta latina voluta dal contestato re Ruggero II (né gli aristocratici, né il Papa, simpatizzavano per quel monarca normanno innamorato del Mediterraneo) è di fronte a un capolavoro multiculturale.

    Le culture dell'Isola vengono tutte chiamate da Ruggero a collaborare alla Cappella, monumento religioso, scrigno d'arte, ma soprattutto manifesto politico. Ruggero, accusato di aver collaborato con l'antipapa Anacleto II, detestato dal teologo Bernardo di Chiaravalle, da re Luigi VI di Francia, da Enrico I di Inghilterra, da Lotario III, imperatore del Sacro Romano Impero, e inviso al Papa, deve dimostrare di essere Re, Re senza dubbi e che cosa rende un Re davvero Re, nella storia come nelle fiabe, se non un palazzo con meravigliosa cappella al centro?

    Se leggete dunque le preoccupazioni di questi giorni dei leader europei, il giovane premier inglese Cameron, la cocciuta cancelliera tedesca Merkel, il frivolo presidente francese Sarkozy (da noi? Da noi nessuno si preoccupa di quel di cui il mondo si preoccupa, illusi di «cavarcela all'italiana»...) vi ritrovate dritti alle preoccupazioni di Ruggero II.
    «Multiculturalismo» è parola ostica da definire, perfino Wikipedia, l'ubiqua enciclopedia online che tutto incasella nella sua sterminata tassonomia di base, rinuncia: «difficile definire». E se chiedete ai vostri amici che cosa possa mai voler dire «multiculturale», vi ritroverete con una macedonia di idee e sentimenti che hanno però passato in frigo un pomeriggio di troppo, qualche pezzetto di mela e pera fragranti, la banana ingiallita.

    «Multiculturale» può volere dire non darsele di santa ragione tra diversi, accettare, come negli asili di Manhattan, che i bambini decorino l'albero di Natale, facciano prillare le trottoline ebraiche dreidel alla festa di Hanukkah, e cantino insieme gli inni di Kwanzaa, il festival panafricano costruito a tavolino da Maulana Karenga nel 1967, che tra non troppi anni sarà «tradizionale».

    Ingenuità certo, (mio figlio al ritorno dal primo giorno d'asilo nell'Upper West Side di New York mi chiese «Dad noi siamo ebrei?», e alla mia risposta «No Mickey» obiettò serafico «How come?», come mai?, giusto stupore nel trovarsi minoranza assoluta) ma senza troppi danni. I guai del multiculturalismo son nati, e Cameron è stato schietto nel denunciarli, quando ha incontrato, dapprima nei campus delle università americane, poi nei talk show europei e infine nelle periferie derelitte, il post modernismo nichilista.

    Le filosofie e le idee sono cose serissime, e quando son buone portano a frutti ottimi, quando non sono buone, o sono cattive, a frutti pessimi (mi perdoni il mio amico e caporedattore ai tempi di Alfabeta I, Maurizio Ferraris, che inorridirà all'idea di «buoni e cattivi» tra le idee: ma è così Maurizio, nella realtà).

    Quando le speranze «multiculturali» si mescolano con il relativismo degli ultimi post moderni, il cocktail è tossico. Richard Rorty, filosofo di questa tendenza, amava provocare: non parlatemi di verità, obiettività, tutte imposture. È il relativismo contro cui s'è scagliato papa Benedetto XVI, e questo, in un'era polarizzata come la nostra da web e tv radicale, ha già chiuso certi cuori e certi cervelli alla preoccupazione. Ma che cosa esattamente teme il Papa? Che «verità e menzogna», «bene e male», «luce e tenebra» si equivalgano, secondo la maledizione delle Streghe di Macbeth all'aprirsi della tragedia di Shakespeare, «Fair is foul, and foul is fair», il bello è schifo e lo schifo è bello.

    I lettori più scettici nell'ascoltare il Santo Padre potrebbero però essere soddisfatti nel ricordare che, ormai venti anni fa, uno dei giganti del liberalismo illuminista anglosassone, lo storico Arthur Schlesinger jr, ex confidente del presidente John Kennedy, sostenne tesi non dissimili nel suo pamphlet The disuniting of America: Reflections on a Multicultural Society. Con passione, Schlesinger argomentava che se gli Usa avessero rinunciato al «melting pot», il crogiolo di fusione delle culture, per ottenere una cultura armonica delle comunità, il risultato sarebbe stato la balcanizzazione della società, nelle università con i dipartimenti Afro americani contro quelli di Inglese, nei ghetti con il crepitare degli Ak 47 delle gangs. Come Schlesinger, la pensavano i boxeur della destra intellettuale, il giovane Dinesh D'Souza, e l'ex redattore dei discorsi del presidente Nixon, e candidato alla Casa Bianca sempre battuto, Pat Buchanan: non si crea un paese senza lingua e cultura comuni.

    Il primo sindaco afro americano di New York, l'elegante David Dinkins, provò a risolvere le nuances negative dell'immagine «melting pot» (dopotutto sembra che le identità debbano perdersi, come metalli, nella nuova lega) e propose invece «il mosaico delle culture», ognuna con il suo colore originale e fiero, ma che insieme diventano nuovo disegno.

    L'eleganza non bastò, perché il nodo è cruciale. Il filosofo Habermas e il sociologo Giddens azzardano la stessa acrobazia di Dinkins, teorizzando un «multiculturalismo sofisticato», che rassicuri i progressisti, tutti i valori sono in fondo uguali, basta bacchettare chi sui siti fondamentalisti predica jihad contro l'Occidente. Non funziona. Il premier Cameron, come il Papa e Schlesinger, pone la questione radicale che già Ruggero II aveva accettato. La convivenza delle culture, la tolleranza che Voltaire ha insegnato al nostro continente ma che avanzava anche la Lettera a Diogneto, testo cristiano anonimo del II secolo, non vuol dire che ogni identità, ogni ideale, ogni cultura, si equivalgano, per sempre fissate nel passato e che chiedere di mutarsi sia attentato alla tradizione.

    Gli intellettuali neoconservatori ai tempi di Bush figlio parlarono di evoluzione democratica del mondo arabo, e progressisti, Hitchens, Havel, Buruma, Ramos Horta, Berman concordarono sull'analisi: ahinoi Abu Ghraib rese inascoltabili a lungo quelle idee. Adesso è in gioco il multiculturalismo, e non solo nelle periferie di Londra, Parigi e Roma. Perché, se dopo la vittoria dei ragazzi di Twitter contro Mubarak, l'Egitto saprà accettare che libertà, tolleranza, democrazia, trasparenza, sono superiori a oppressione, discriminazione, dittatura, corruzione, allora guiderà il mondo arabo nel XXI secolo. Se i nuovi leader del Cairo denunceranno la libertà come «ingerenza occidentale», dimenticando la lezione del Nobel Amartya Sen «la democrazia nasce in Asia», l'Egitto riprecipiterà nell'oscurità. Il limite del multiculturalismo, rasato dalle preoccupazioni snob, è tutto qua: quando mandiamo a memoria i diritti universali, da Parigi 1789 alla Carta dell'Onu 1948, non dobbiamo vergognarci di proclamarli davvero universali, nunc et semper.

     

     

     

       

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