Modernità e Postmodernità


  • (Riflessioni tolte da un vecchio Diario, ne seguiranno alcune altre)

     

    Che cosa è stata la Modernità?

    Ecco una domanda che viene alla mente quando qualcuno ci parla addirittura d'essere approdati ad un epoca post moderna. In che rapporto le due parole stanno con i nostri interrogativi di fede? Potremmo dire in modo sintetico che la modernità ha cristallizzato una visione laica delle realtà, anche se impregnata da orientamenti trascendentali radicati nelle premesse dominanti nella civiltà europea, ovviamente premesse cristiane. Questi ultimi aspetti erano incarnati nelle stesse grandi rivoluzioni inglese, americana e francese che hanno inaugurato l'era moderna e poi nei movimenti illuministi, scientifici e in fine nella rivoluzione socialista.

    In tutti questi aspetti infatti è sottesa una visione escatologica, cioè quella di una storia non come pura casualità, ma come un continuo, una attesa della sintesi tra città dell'uomo e città di Dio. Con la felicità di tutti. V'era anche implicita e profondamente cristiana una grande responsabilità dell'uomo nell'organizzare e realizzare il mondo in modo più giusto. Parallela a questa spinta al futuro ve n’era una riferita ad un passato immaginario vissuto come comune, quasi un’età dell'oro di antica pagana memoria. La spinta rivoluzionaria diventava perciò missionaria e universale intendendo coinvolgere nel cambiamento tutta l'umanità.

    Il punto di partenza della visione era la convinzione che lo sforzo cosciente dell'uomo potesse arrivare a dominare gli ambienti naturali e gli ambienti umani al punto d'incorporare l'approccio scientifico nei parametri dell'ordine culturale. Era come dire che l'esplorazione della natura da parte dell'uomo e la espansione della conoscenza scientifica e tecnologica potessero trasformare sia l'ordine culturale che quello sociale. In tal modo l'ordine logico avrebbe risolto in sé anche il mondo dei valori, in genere affidati alla volubilità o alla fede: tra scopo e valore, tra logos e mito, si sarebbe operata la fusione incarnata nell'ethos della razionalità conoscitiva. Questa enfasi sulla fusione avrebbe abbracciato anche l'ordine sociale, politico ed economico. Tale visione della società moderna che fu definita borghese legava insieme visoni simboliche e ideologiche che racchiudevano: la famiglia, il lavoro, la cultura, il rapporto di classe e anche dimensioni dell'esperienza umana come virtù, verità e bellezza o esperienza estetica. In fondo gli stessi movimenti di opposizione non sono stati che movimenti che cercavano l'ampliamento dell'accesso ai benefici.

    Post Moderno.

    L'immagine del Moderno mantenne la sua posizione dominante fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ciò che è avvenuto dopo, ha compromesso i modelli e offerto altre possibilità. Ci si è accorti che sono molte le forme della razionalità, oltre a quella scientifica e occidentale, e che queste sono legate a diverse visioni del mondo. Anche se solo in qualche caso si negava totalmente la validità della razionalità scientifica occidentale, nella maggior parte delle aree la si accettava, anche se solo parzialmente. La razionalità cognitiva è stata detronizzata dalla sua posizione egemonica così come la sua pretesa di conquista e gestione dell'ambiente, sia della società che della natura. Con i cambiamenti delle premesse di base tutto ha finito per essere rimesso in discussione. Nessuna definizione ha più un ruolo egemonico, e dalla pluralità delle visioni sono nati nuovi raggruppamenti con diversi modelli, siano essi estetici, sociali, morali o politici. Ecco il volto del postmoderno sul quale a sorpresa si situa una rinascita del senso religioso.

    La lettura più immediata del presente, sottolineata anche dal recente numero di Micromega n.2/2000, è quella che fonda il successo religioso sulle macerie delle ideologie. Una religione surrogato delle ideologie che a loro volta avevano avuto un secolo di successo proprio in quanto surrogato di un anelito religioso. Il Cristianesimo attuale diventerebbe un surrogato consolatorio dei surrogati ideologici. Perché in fondo l'accusa non diventi vera è importante che la fede cristiana non si adagi su apparenti spazi di successo alla rincorsa di un facile accomodamento. Ecco il perché dell'urgenza di una nuova evangelizzazione ma anche di un coraggioso impegno culturale. Non ci sono scorciatoie: quelle violente le abbiamo percorse e ne stiamo domandando perdono; ora sarebbe pericoloso che adeguandosi ai tempi, la chiesa (magari aprendosi a discoteche o altro) ci suggerisse che al mondo si starà sempre più allegri, dimenticando che persino un Papa come Innocenzo III conveniva, almeno prima del pontificato, “Sulla miseria dell'umana sorte”. Non vi spaventate perciò se la prima riflessione per una fede cristiana che non sia di surrogato alle nostre quotidiane solitudini io vada a cercarla proprio sul tema della morte. Occorre tornare a proclamare il mistero fondante della nostra fede: la Resurrezione.

    Non c'è, come del resto oggi accade per la scienza, una Theory of everything sul tema della morte. La natura riciclante e la legge della evoluzione sembrano dare una loro risposta al mistero. Il premio nobel Regge conclude che questa muffa, chiamata uomo, che cresce su questo pianeta che gira attorno ad un sole, stella di terza categoria, alla periferia della galassia, non ha una spiegazione plausibile. E Salvatore Natoli, in un libro di questi giorni, cerca di modellare in un'epoca postmoderna un comportamento e un progetto per l'accettazione dell'esistenza entro il suo limite, capace di raccogliere da questa esperienza tutto il bene possibile. Certamente è curioso che, una volta che la pretesa conoscitiva si confessa incapace di dare una risposta, finisce per fornirci essa stessa laicamente una fede. Dover accettare per fede nel tempo, una insufficiente risposta consolatoria suona strano. Il problema è proprio questo: la morte di ogni uomo è un mistero che la risposta scientifica nella sua universalizzazione razionalizzante si rivela incapace a risolvere .. Allungare inoltre la vita anche fino a duecento anni non risolve nulla del mistero: la vita si svolge nel tempo e la irripetibilità delle esperienze, l'incapacità di trattenere il tempo, pone la creatura umana in una condizione drammatica particolare. Il Dramma della unicità della nostra esistenza e delle sue esperienze, tra l'altro, si ripete per l'arte, l'amore oltre che per la morte; sono tutti eventi vissuti come un assoluto: non si può narrare l'eccesso di significato che ciascuna delle esperienza porta con sé, oggi più che nel passato. Purtroppo l'assolutizzazione della conoscenza scientifica nasce anche nel rifiuto di una prima risposta cristiana che la cultura religiosa moderna ha disatteso: l'esistenza in una lettura mistica che pure ha illuminato anime grandi nella storia della spiritualità cristiana. L'esistenza mistica, come forma di un desiderio infinito, immagine di quel Dio che pensa l'uomo, come precedente e forma della esistenza corporale; corpo perciò come forma materiale di un desiderio dell'anima, un atto d'amore di Dio. Viene in mente e fa sorridere l'iconografia che raffigurava l'anima come una piccola forma umana, in camicia da notte che usciva, all'atto della morte, dalla bocca del morente e che San Michele attendeva per pesare, sotto lo sguardo attento dell'angelo custode e del demonio, in genere raffigurato sotto le spoglie di un grosso gatto nero. E questo mentre i mistici parlavano già in modo carnale del loro rapporto con Dio (delle mistiche medioevali si dice: sponsa Christi non Verbi), e mentre Paolo narra la fine della storia con Gesù che sottomette a Se stesso la morte (l'unica che aveva sottomesso a se stessa tutte le cose) e poi sottomette Se stesso e il suo regno al Padre .….e  Dio sarà tutto in tutti....

    Solo Gesù è il frammento che apre l'accesso al tutto: lo sono la vita. Le esperienze mistiche sono lo specchio di una esigenza di unità con il tutto di cui l'esistenza singola è un desiderio fatto carne.  

     

    Don Attilio Pastori

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina