Contro ogni interesse particolare. All'Italia serve una classe dirigente coraggiosa


  • La rappresentazione al Piccolo Teatro di Milano della Compagnia degli uomini del drammaturgo inglese Edward Bond offre l'occasione per una riflessione sul capitalismo, l'econonomia di mercato e le loro interazioni con i processi democratici, sociali ed economici. La fine del capitalismo e dell'economia di mercato, nelle forme assunte dalla rivoluzione industriale a oggi, è stata sempre pronosticata come imminente. A dispetto di ogni previsione, il capitalismo è sempre risorto dalle sue (presunte) ceneri, trasformandosi nel tempo, producendo imponenti cambiamenti economici e sociali, allargando la sfera di influenza ai paesi emergenti, a volte nella forma di un nuovo e pervasivo capitalismo di stato. In epoca di grandi trasformazioni, nasce l'urgenza di nuove riflessioni che devono tenere conto delle tendenze di lungo termine già in atto. Proverò a tracciare alcune questioni tra le tante che animano il dibattito politico, economico e culturale.

    1. CAPITALISMO E DEMOCRAZIA
    Il capitalismo e l'economia di mercato, fin dalle loro origini storiche e pur con significative eccezioni, hanno accompagnato il processo di democratizzazione degli stati che per primi hanno avviato uno sviluppo industriale. Il capitalismo si è pertanto identificato dapprima con le democrazie liberali e poi è stato protagonista nella costruzione del moderno stato sociale. Il ruolo democratico del capitalismo è stato salvaguardato dalla stretta connessione con il libero mercato, con la rimozione delle barriere protezioniste e l'ampliamento dei diritti politici e civili. Tutto ciò ha creato ricchezza, promosso innovazione e mobilità sociale, e ridotto le diseguaglianze. Oggi si affaccia a livello internazionale un inedito capitalismo di stato che cerca di coniugare libero mercato e compressione dei diritti politici e sociali. Un nuovo patto sociale sembra emergere (la Cina ne è l'epicentro): è un patto sociale che postula uno scambio tra crescente prosperità collettiva, benessere individuale, efficienza e capacità decisionale dello stato da un lato e la rinuncia a rivendicare diritti politici e civili dall'altro.
    La democrazia e il capitalismo occidentali si confrontano oggi con un "concorrente" temibile, che ha l'ambizione di scrivere una nuova storia del capitalismo e del «libero mercato temperato», radicalmente diversa da quella che ha accompagnato la storia economica e civile dei grandi paesi occidentali. Lo fa con la forza della sua straordinaria crescita economica, del suo peso demografico, e con la riscrittura degli equilibri economici internazionali. I paesi occidentali affrontano questa sfida in una condizione di grande debolezza. La scarsa crescita, la pressione competitiva dei giganti asiatici, una diffusa incertezza sul futuro sembrano fiaccare le nostre energie. La nostra democrazia non riesce più a decidere, prevale un orizzonte politico concentrato sul breve termine, dove si moltiplicano gli egoismi territoriali e i «diritti di veto». La risposta non può essere la tentazione populistica o l'invocazione di un ruolo più forte dello Stato nell'economia. Occorre una democrazia che rafforzi la partecipazione e i diritti, ma che alla fine decida e sia capace di decidere riscoprendo la necessità di operare sul lungo periodo.

     

    2. FINE DELLA CLASSE MEDIA?
    L'Europa come progetto politico è sorta sulle macerie della Seconda guerra mondiale e sulla presa d'atto dei nuovi equilibri internazionali. La scommessa dei paesi europei è stata quella di coniugare la crescita economica con la riduzione delle stridenti diseguaglianze economiche e sociali. Non è stato un processo indolore: forti sono state le resistenze e i conflitti, ma la crescita economica ha reso sostenibile il processo di redistribuzione della ricchezza, assorbendo le tensioni sociali. La crescita e il «compromesso socialdemocratico» hanno formato in tutte le democrazie una diffusa classe media che ha garantito stabilità politica e sociale, alimentato una crescente domanda interna e generato aspettative di progresso. La classe media che si è consolidata negli anni Sessanta ha garantito a se stessa ampie coperture pensionistiche e ai propri figli istruzione e opportunità di lavoro. Da tempo, però, lo scenario è mutato. Assistiamo a un processo di impoverimento relativo di pezzi della classe media e in alcuni casi a una proletarizzazione. Sono mutate le aspettative: se negli anni Sessanta i paesi occidentali guardavano con fiducia al futuro, oggi prevale la volontà di costruire barriere, protezioni e difese. Bassa mobilità sociale, alta disoccupazione giovanile, scarsa qualità dell'istruzione sono un cocktail micidiale per il nostro paese. Troppe corporazioni si oppongono a una reale modernizzazione, tutelano privilegi e rendite dimenticando una visione generale dell'interesse del paese. Le diseguaglianze aumentano senza che cresca la ricchezza collettiva. Le imprese devono tenere conto di questo scenario, hanno bisogno di una società stabile e innovativa, che supporti il riposizionamento competitivo del nostro apparato industriale. Oggi il nostro deve essere sempre di più un orizzonte strategico che richiede scelte coraggiose e la messa al bando di ogni interesse corporativo. Abbiamo bisogno di una classe dirigente imprenditoriale già oggi fortemente ancorata agli interessi generali del paese, capace di creare ricchezza e distribuirla. La nuova classe media sarà e dovrà essere diversa da quella del secolo scorso; diverse e in continuo mutamento saranno le figure sociali e i profili professionali.

    3. VALORI E MERCATO
    Un sistema economico e sociale è il risultato di stratificazioni storiche, incroci culturali, originarie convenienze reciproche che nel tempo formano valori condivisi. Nessuna società può esistere e durare nel tempo se non si nutre di valori condivisi e collettivi. I valori si arricchiscono con gli effetti dei grandi mutamenti sociali ed economici che generano nuove esigenze collettive. Il nostro paese sperimenta da anni una forte crisi di valori che si evidenzia nella seconda metà degli anni Ottanta, in coincidenza con la chiusura di un ciclo politico avviato negli anni Cinquanta. Dopo il miracolo economico e la mobilitazione nazionale contro il terrorismo, negli anni Ottanta l'irresponsabilità delle classi dirigenti nella gestione delle finanze pubbliche, l'emersione agli inizi degli anni Novanta di un consolidato sistema corruttivo, l'impotenza dello Stato nella stagione delle stragi di mafia, hanno determinato il crollo dei valori collettivi già messi a dura prova da un logoramento del sistema politico ed economico. Le vicende successive, e di questi anni, sono ancora segnate da quella rottura politica e sociale.
    Occorre reagire con forza: molte patologie del paese (corruzione, inquinamento mafioso della vita politica ed economica nelle regioni meridionali, scarsa crescita) dipendono dal perdurare di mercati protetti, rendite e corporazioni. Una forte cultura della rendita si è diffusa nel nostro paese e rappresenta oggi un ostacolo alla crescita. Mercato, regole e concorrenza non sono vuoti slogan, ma condizioni indispensabili per mettere in moto l'economia.
    In questo contesto si inserisce la frattura geografica ed economica del nostro paese. Le condizioni in cui versa il Sud Italia non si risolvono con il rimpianto di un mondo che non c'e più. La soluzione è affidata oggi in larga parte alla riforma federale, che dovrà coniugare solidarietà e responsabilità. È una sfida strategica per il Sud e il Nord, ma soprattutto per il fragile capitalismo meridionale, troppo spesso sacrificato all'intermediazione politica e alla regolazione mafiosa e che oggi si considera a tutti gli effetti parte integrante di una classe dirigente imprenditoriale nazionale che vuole ricucire e modernizzare il nostro paese.

    Ivan Lo Bello(pubblico su Il Sole 24 ore on line del 9 gennaio 2011) 

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