La sconfitta di Obama, un pessimo presagio


  • Interpreto la sconfitta di Obama e del partito de­mocratico nelle recenti elezioni di mezzo termine in Usa, come un pessimo presagio, perché po­trebbe essere il segno dell'inversione di tendenza dell’ elettorato e quindi preludere al fallimento del tentativo, generoso ma fragile, di Obama e della parte più liberal dei democratici di cambi­are profondamente in senso progressista la politica degli Usa, dell'Occidente e del mondo.

    Non che l'evento sia eccezionale, anzi è abba­stanza normale che il partito del Presidente in caricasubisca una battuta d'arresto a metà del suo andato. Questa volta però almeno tre motivi lo rendono differente. Innanzitutto le grandi spera­nze suscitate e l'eccezionalità del personaggio; secondo luogo il repentino cambio di umore dell’elettorato, tenendo anche conto che la crisi economica in cui si dibattono l'America e il mondo non è colpa di Obama, ma è stata eredi­tata proprio dalla precedente gestione repubbli­cana; e infine perché tra i repubblicani si fa stradauna destra molto aggressiva ed estremista, per moltiaspetti simile a quella che sta mietendo succe­ssi in tutte le elezioni del nostro continente.  

    Uno scacco alle speranze

    Indubbiamente Obama ha una personalità, un carisma e una visione della società decisamente superiore alla media della classe politica mondiale. Si spiegano così le speranze che ha acceso, la mobilitazione che è riuscito a suscitare e il mira­colo che ha realizzato facendosi eleggere contro ogni previsione, nonostante il colore della pelle e l’ostilità dei maggiorenti del suo stesso partito. Un suo fallimento sarebbe perciò un grave scacco e un colpo durissimo  alle nostre speranze.

    Nessuno poteva ragionevolmente pensare che uncambio di politica così profondo come quello ­impostato opinione pubblica americana e a una scarsa coscienza dei gravi problemi da affrontare e dei sa­crifici da sostenere se si vuole veramente cambiare modello di sviluppo, oltre che a un difetto di co­municazione di Obama.

    Infine un'ultima osservazione: le enormi som­e (pare sia stata la campagna elettorale più di­spendiosa di sempre) messe a disposizione dei candidati repubblicani dai circoli finanziari mondiali e dalle multinazionali, petrolifere innanzitutto, fanno comprendere fino a che punto i poteri forti siano disposti a spingersi pur di avversare qualsiasi tentativo da parte della politicadi mettere delle regole all'economia mondi­ale, perché lo stato delle cose gli va bene così m'è. Questo mostra chiaramente la loro irresp­onsabilità e miopia: non sarebbe la prima vol­ta infatti che, pur di non perdere niente del loro potere e della loro ricchezza, chi tira i fili finisca per perdere tutto e danneggiare gravemente la società intera.

    Per amore o per forza

    Dopo oltre 200anni di sviluppo diseguale e di sfruttamento di una parte di mondo sull'altra, le contraddizioni accumulate sono enormi e non più sostenibili. In particolare è necessario: ridi­stribuire la produzione e la ricchezza tra i conti­nenti; regolare l'uso delle risorse mondiali per non esaurirle; rivedere a fondo il modello di svi­luppo sia per garantire il lavoro a tutti gli abitanti della terra sia per contenere l'inquinamento de­gli ecosistemi ..

    Un programma politico già di per sé molto dif­ficile da impostare, che diviene proibitivo se i de­tentori del potere economico lo contrastano a te­sta bassa. Anche perché una parte crescente dell' opinione pubblica sta cedendo alla propa­ganda populista, demagogica e spesso xenofoba di gruppi politici di destra sempre più aggressivi e dotati di ingenti mezzi finanziari. Il loro mes­saggio è elementare, molto facile da comprende­re e da accettare perché solletica gli istinti di base: difendiamo con tutti i mezzi a disposizione quel­lo che siamo e che ci siamo conquistati a prezzo di duri sacrifici.

    Come è evidente, questa propaganda è men­zognera perché la scelta non è se modificare l'or­ganizzazione produttiva mondiale oppure no, ma solo se farlo per amore, attraverso scelte po­litiche razionali, o per forza, sotto la spinta di av­venimenti tragici e violenti. I fallimenti a ripeti­zione dei vertici mondiali sull' economia e sulla salvaguardia dell' ambiente confermano purtrop­po che non siamo sulla strada giusta.

    Il ruolo delle chiese

    Obama ha le caratteristiche giuste, per capa­cità, cultura e spinta ideale per tentare di smuo­vere lo stato attuale delle cose e indirizzarle nel verso giusto, ma il repentino cambio di clima intorno a lui è molto preoccupante. Anche perché è solo. Era prevedibile che la parte del suo stesso partito più legata alle varie lobby e che lo ave­va già contrastato durante le primarie, lo boicot­tasse. Quello che invece colpisce dolorosamen­te è la miopia di molte chiese evangeliche che gli si oppongono strenuamente a causa della sua posizione sulla legge che regola l'aborto. Questo è incomprensibile, perché la sua posizione sul­l'aborto è limpida. È contrario ma non può la­sciare, come Presidente dello stato e capo del go­verno, una realtà così tragica e traumatica per le donne alla clandestinità. Colpisce anche la de­bolezza dell'impegno della chiesa cattolica ame­ricana, forse occupata a leccarsi le ferite e a far fronte ai danni economici provocati dallo scan­dalo dei preti pedofili. Non vorremmo che i cri­stiani americani commettessero il grave errore fatto da quelli europei che, preoccupati dell' a­vanzata comunista, sottovalutarono il pericolo fascista e nazista.

    Tutto questo ha costretto Obama a moderare il suo programma di riforme e scendere a compro­messi con i suoi oppositori: ciò ha raffreddato mol­ti sostenitori e gli ha procurato dure critiche. C'è però ancora spazio per un recupero e, assumendo­si la intera responsabilità della sconfina, Obama, ol­tre a confermare la sua levatura morale, ha voluto chiaramente indicare che non si ritiene ancora bat­tuto ed è pronto a dare battaglia. Vedremo, e in­tanto speriamo ardentemente che riesca, per il bene dell'umanità, in questa impresa. La sensazione, tut­tavia, è che l'Occidente democratico non sia in gra­do di presentare al mondo una politica credibile di riforme adeguate alla situazione. Non ha ancora scelto quale strada seguire, se quella della trattativa o quella dello scontro, oscilla incerto tra le due so­luzioni. Ma intanto la situazione si degrada e il tem­po si fa sempre più stretto.

     

    Angelo Papuzza ( pubblicato su Il Foglio 377 – mensile di alcuni cristiani torinesi – del mese di Dicembre 2010) 

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