Gli uomini della rete che ci cambiano il futuro


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    Mark Zuckerberg, l’ex adolescente un po’ nerd inventore di Facebook, e Julian Assange, l’ex primula rossa di WikiLeaks, hanno dominato il 2010, dimostrando quanto la cultura di Internet sia, senz’ombra di dubbio, il nostro «Spirito del tempo». A delinearne i tratti sono anche i digital thinkers, i «pensatori digitali», come li chiama Prospect, che nel numero di gennaio pubblicherà la top ten delle dieci migliori menti che stanno preparando il «futuro digitale» (e ha già individuato nel Virtual Policy Network il nuovo think tank di riferimento del settore).

    In attesa di conoscere la classifica del prestigioso mensile britannico, sono chiari i nomi di molti dei «pensatori digitali» che stanno maggiormente influenzando la cultura contemporanea. Proviamo a farne un elenco.

    Il più celebre è certamente Manuel Castells, il Max Weber o il Karl Marx, come è stato definito, della Società delle Reti, lo studioso dello «spazio dei flussi» (la finanza, l’informazione, il capitale, i simboli) che, grazie alle telecomunicazioni, riorganizzano il pianeta globalizzato, e sono così diventati molto più importanti dello spazio fisico e geografico, nonché il vero oggetto del potere. Castells è l’autore, tra gli altri libri, di La città delle reti (Marsilio) e di Galassia Internet (Feltrinelli), in cui, riscrivendo il noto slogan di Marshall McLuhan, spiega che «il network è il messaggio», e il Web diventa la forma stessa dell’organizzazione sociale, «la trama delle nostre vite». Insomma, un autentico classico del pensiero digitale.

    Un altro pensatore internettiano da tempo consacrato (e docente all’Università di Napoli, oltre che a Toronto) è Derrick de Kerckhove, già assistente di McLuhan e teorico dell’intelligenza connettiva, l’idea per cui il pensiero non nasce da una dimensione privata, ma dalla condivisione e connessione tra l’individuo e gli altri (come avviene tipicamente nel mondo della Rete, dai social media ai blog, fino a Wikipedia). Chris Anderson, direttore della rivista Wired, la bibbia mensile della cultura digitale, è colui che anticipa (e detta) le tendenze del mondo del Web. Henry Jenkins, esponente di spicco dei critical studies applicati ai videogiochi, è lo studioso per eccellenza dei cambiamenti indotti da Internet - da Second Life a You Tube - nella cultura popolare, e il sostenitore delle trasformazioni positive indotte dalla «convergenza digitale», consistenti nella rivendicazione da parte dei consumatori di una loro maggiore partecipazione alla produzione dei contenuti che circolano nel Web. Mentre Howard Rheingold - che ha coniato il termine «comunità virtuale» - è uno dei guru della democrazia diretta tramite le tecnologie digitali e il teorico dei flash mob e delle Smart Mobs (titolo di un suo libro uscito da Cortina), ovvero le «folle lampo» e le adunate di persone che dalla Rete si fanno in carne e ossa, scendendo in piazza per protestare e fare politica.

    La lista dedicata dalla rivista Foreign Policy ai 100 «pensatori globali» più importanti del 2010 vede, a pari merito al n. 17, due altri grandi protagonisti di questa nostra età digitale, Steve Jobs di Apple e Jeff Bezos di Amazon, e, al n. 67, Clay Shirky, il tecnoentusiasta teorico del «surplus cognitivo», secondo il quale le varie pratiche collaborative e i milioni di ore di lavoro condivise sulla Rete - da Wikipedia ai programmatori open source - rappresentano una sorta di inarrestabile marcia verso il progresso e un mondo più cooperativo.

    Come ogni cultura che si rispetti, anche quella digitale ha i suoi rivoluzionari e agitatori, gli hackers, i combattenti per la «cultura libera» di Internet. Questi pirati informatici sono discepoli dell’«etica hacker» del filosofo finlandese Pekka Himanen, ispirata alla condivisione dei saperi e all’eguaglianza, e antitetica all’individualismo metodologico e al calvinismo da cui, secondo Weber, prese le mosse il capitalismo. Un paio di nomi su tutti: Richard Stallman, il programmatore ed ex studente del Mit diventato il profeta mondiale del software libero. E quello di Lawrence Lessig, che, pur non essendo un hacker, ma uno dei massimi giuristi esperti della Rete (professore a Stanford e Harvard e collaboratore di Obama), è anch’egli campione delle battaglie contro i marchi e le limitazioni sul diritto d’autore e il creatore del nuovo sistema aperto di copyright Creative Commons.

    Nel caso delle culture internettiane, difatti, i confini si rivelano molto più sfumati che in altri campi, e il passaggio dalla contestazione all’establishment (e, qualche volta, persino quello contrario) è facilissimo e continuo; basti pensare a quanto la Silicon Valley risulti debitrice del movimento hippy e del ’68, e a come - ce lo mostra Matt Mason nel suo Punk capitalismo (Feltrinelli) - le innovazioni più creative, rivelatesi fondamentali per l’economia contemporanea, siano partite proprio dalla contestazione e dalla rottura delle regole, a partire dal punk sino, per l’appunto, a tante espressioni del Web. Sempre che, come mette in guardia Jaron Lanier, l’autore del libroTu non sei un gadget (Mondadori) - acerrimo avversario dell’open source (che etichetta come «maoismo digitale»), e già antesignano della realtà virtuale a inizio Anni Ottanta - non ci si faccia prendere da un eccesso di euforia. Altrimenti si rischia di finire per direttissima alla svalutazione della persona, tra deliri di onnipotenza degli «smanettoni» e senso di irresponsabilità garantito dalla pessima (e diffusissima) pratica dell’anonimato in rete, alla faccia delle «magnifiche sorti e progressive» che il Web dovrebbe garantire.

    MASSIMILIANO PANARARI (pubblicato su La Stampa on line il 28 dicembre 2010) 

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