Natale il sogno di un paese non diviso


  • Amo pensare al Natale come alla festa della giovinezza di Dio: se, come diceva Tagore, «ogni bimbo che nasce è un segno che Dio non è stanco degli uomini», l'annuncio della nascita di quel bambino è da duemila anni la "buona novella" di un nuovo inizio possibile, al di là di tutte le nostre stanchezze e di ogni nostra rinuncia a sperare e ad amare. Perciò, Natale sfida tutti a sognare, mescolando i sogni degli uomini al grande sogno di Dio.

    Dovunque un nuovo inizio appare necessario e urgente, lì la nascita indicata dalla stella cometa sulla grotta di Bet-lehem accende il sogno che vorrebbe tirare nel presente degli uomini il domani divino.
    Fu il sogno di Martin Luther King in quel fatidico 28 agosto 1963: «I have a dream...». È un sogno che parla specialmente ai giovani d'oggi, a quelli che come fiume sono scesi nelle piazze per gridare la protesta e per i quali le parole di quel grande sognatore risuonano più che mai vere, attuali: «Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi preferisce alla forza fisica la forza dell'anima».
    Il sogno che vorrei condividere in questo Natale non è fuga dalla realtà o presunzione di realizzare l'impossibile: è, invece, sfida a volare alto, a vedere l'invisibile e ad amare con l'amore che c'invita a fare della nostra vita la realizzazione di un progetto più grande, fino a spenderla - nel modo più giusto e più bello che ci sia dato - al servizio di tutti. Un profeta dei nostri giorni, Helder Camara, il "vescovo dei poveri", amava ripetere: «Beati quelli che sognano: trasmetteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato». E un grande protagonista del Concilio Vaticano II, Leo Joseph Suenens, affermava: «Beati quelli che sognano e sono pronti a pagare il prezzo più alto perché il loro sogno prenda corpo nella vita degli uomini».

    Qual è dunque il mio sogno di uomo, di cittadino, di credente, per ognuno di noi e per il nostro popolo? È quello di un'Italia concorde, di un paese in cui ci si voglia bene, dove si ami il bene comune al di sopra del proprio interesse, privilegiando al piccolo cabotaggio dei calcoli individuali o di parte, le grandi rotte della crescita comune, della promozione dei più deboli, del rispetto della dignità di tutto l'uomo in ogni uomo, della tutela della vita in ogni sua fase e della pace in ogni contesto. È il sogno di una comunità civile e politica in cui i diritti dei poveri e i problemi reali della gente abbiano il primo posto nell'agenda dei grandi.
    Sogno persone che sappiano farsi avanti per servire e altre che sappiano mettersi da parte per creare condizioni di dialogo e di consenso plausibili per tutti. Sogno un'Italia protagonista in Europa e nel consesso delle nazioni di una politica a favore dei popoli più deboli e svantaggiati, fieramente impegnata a ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Sogno una cultura di vita e non di morte, capace di condividere e trasmettere a tutti ragioni per vivere e sperare, unanime nel rifiutare ogni logica di sopraffazione e ogni tentazione di violenza. Mi pare di perdermi in questo sogno di luce: ma è Natale, ed è giusto sognare così, se perfino l'Altissimo ha saputo imbarcarsi in un'avventura impensabile per la saggezza del mondo, motivata unicamente dal suo amore per gli uomini. E le parole di Martin Luther King, che costarono a lui la vita, ma diedero ai calpestati e oppressi un nuovo domani, sembrano confermarlo con la forza della testimonianza feconda, pagata di persona fino in fondo e senza rimpianti: «Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, le alture più aspre saranno appianate e i luoghi tortuosi raddrizzati, e apparirà la gloria del Signore e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza... Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza».
    È il sogno e l'augurio di questo Natale, nella coincidenza dei primi centocinquant'anni della nostra Italia unita, meritevole di un impegno e di un amore da parte di tutti, che sia più forte di ogni retorica e più grande di ogni particolarismo egoistico e di ogni interesse settario.
     

    Bruno Forte (pubblicato su Il Sole 24 Ore on line il 24 dicembre 2010)

    Bruno Forte è arcivescovo di Chieti-Vasto.

      

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina