Donne di Dio, fiere corsare dell’amore più difficile


  • Forse ci sono due autentici ancorché rischiosi modi di vivere: da santi o da avventurieri, in entrambi i casi faccia a faccia - senza remore e senza ipocrite e rispettabili garanzie - con l’abisso di assurdità, incanto, ingiustizia, azzardo, dolore dell’esistenza. Talvolta si può essere entrambe le cose, come le suore di cui narra Mariapia Bonanate in un singolare, fiero e appassionato libro che, attraverso l’incontro con straordinarie figure femminili, aiuta a non arrendersi e a continuare ad amare ossia a vivere.

    Scrittrice e giornalista, Mariapia Bonanate è stata direttore ed è condirettore de «Il Nostro Tempo» e scrive su vari giornali e riviste, fra i quali «Famiglia Cristiana»; fra i suoi libri - ispirati a un genere che si potrebbe definire una narrativa saggistica d’inchiesta - vanno ricordati Perché il dolore nel mondo (1985), Il Vangelo secondo una donna (1997), Preti (1999) e Donne che cambiano il mondo (2004) oltre ad uno studio su Pomilio (1978). Vent’anni fa aveva pubblicato Suore, raccontando storie di donne capaci di «abitare totalmente il mondo»; ora, in una nuova edizione accresciuta, narra cos’è successo loro nel tempo trascorso aggiungendo incontri con altre nove donne, ardimentose come corsare salgariane e sante (senza saperlo e senza volerlo) che hanno incontrato Cristo nell’uomo e nelle ferite inferte agli uomini. 

    Queste donne, ricorda Dacia Maraini nella sua intensa prefazione, sono un sale della terra; vanno dove tutti scappano, con un coraggio che meriterebbe espressioni hemingwayane di ammirazione soldatesca e che una «risolutezza gentile» - scrive ancora Dacia Maraini - radicalmente femminile spinge a «difendere, aiutare, comprendere» senza voler «insegnare, ordinare» e nemmeno convertire. Il loro amore, femminilmente impavido, non è minimamente condizionato dall’adesione ad alcun credo, nemmeno alla fede in quel Cristo che è la loro vita e di cui esse sono i dolci e robusti tralci. La maggior parte di queste donne scende in strada, si mescola alla vita più crudamente immediata e spietata, là dove l’amore è più difficile, nei lebbrosari africani o sui marciapiedi delle grandi città in cui padri vendono figlie bambine alla violenza; nelle fogne in cui famiglie vivono mangiano violentano vengono violentate e muoiono; fra i tossicodipendenti e i loro carnefici, le sofferenze e gli abbrutimenti d’ogni genere. La vita di ognuna di loro è un’incredibile, reale romanzo d’avventura. Altre conducono una vita claustrale di preghiera e di contemplazione che è anch’essa un’ardua avventura interiore, scevra di ogni mortificazione e aperta al nuovo, capace talora di uscire anch’essa ad affrontare la strada. Sono stato a lungo in corrispondenza con una suora di clausura, Suor Claudia, ed è stato uno dei dialoghi che più mi hanno arricchito, per merito della sua fiera e forte intelligenza.

    Le vicende di queste donne sono una mappa dell’orrore e dell’infelicità di tanti dannati della terra ed una testimonianza d’amore nei loro confronti. Uno stupido pregiudizio vede spesso le suore come persone dimesse e patetiche che si ritirano dalla vita. Queste suore invece conoscono e vivono a fondo la vita; alcune di esse hanno conosciuto l’amore terreno per un uomo prima di quello universale. Hanno amici e amiche, godono il paesaggio e l’esistenza. Non tengono affatto gli occhi bassi, ma guardano in faccia la realtà senza paura. Etty Hillesum, la ragazza morta ad Auschwitz che non era suora ma aveva il coraggio della santità, «non sapeva inginocchiarsi»; del resto chi s’inginocchia davanti a Dio è spesso capace di non inchinarsi dinanzi a nient’altro. Il loro picaresco coraggio è pervaso di una forte carnalità, di un senso concreto del vivere che talora manca agli uomini e li rende spesso più codardi; pure sul Golgota e presso il santo sepolcro sono state le donne a seguire Gesù, mentre altri sono scappati. Anche se in passato la monacazione era talora un’imposizione familiare - come per la Monaca di Monza - spesso essa era invece una scelta di libertà dall’autorità maschile paterna e maritale. Queste donne insegnano che obbedire alla chiamata del proprio destino vale più di ogni sottomissione all’ordine familiare. Suor Rita Giarretta letteralmente scappa di casa, dolorosamente ma fermamente incurante della madre che vuole trattenerla in una vita per lei falsa. La vocazione di queste suore non è cosa da family day.

    Incontro Mariapia Bonanate nella nostra Torino e le chiedo: «La sofferenza - dice suor Margherita, che incontri in un lebbrosario dell’arcipelago di Capo Verde - logora non solo chi ce l’ha nella carne,ma anche chi le sta accanto» e il tuo libro lo fa toccare spietatamente con mano. Il male che si subisce, diceva già Manzoni, spinge a fare il male, a diventare malvagi. Ma questa malvagità delle vittime, questo logorio che può inaridire il cuore, compaiono forse poco nel tuo libro; gli oppressi appaiono quasi sempre nobili, assai presto pronti a riconoscere e ad accettare il bene che viene loro offerto. In genere gli oppressi - proprio perché sono oppressi - ragionano male, come notava Marx, e proprio per questo l’opera di quelle suore è così necessaria. Non ci sono state difficoltà, violenti rifiuti, incomprensioni, da parte delle vittime, nei confronti di chi le voleva aiutare»?

    Mariapia Bonanate- La vita delle mie Suore è un campo di battaglia permanente, a volte insanguinato, come diceva del proprio, durante il furore nazista, Etty Hillesum che sono felice tu abbia ricordato perché il suo Diario dovrebbe essere proclamato un «patrimonio dell’umanità». La sofferenza è una terribile gabbia di ferro dentro la quale spesso le persone urlano e si scarnificano le mani, si sfigurano il volto per uscirne. Quando non ce la fanno, possono diventare molto cattive e crudeli. Ma «è raro incontrare il male assoluto e gratuito, non intriso di quelle scorie di umanità che sono presenti in quasi tutte le azioni degli uomini, anche le più efferate» come tu stesso hai scritto in La Storia non è finita. Su queste scorie, su questi brandelli d’umanità ferita, scommettono ogni giorno quelle «donne di Dio». L’impotenza che vivono di fronte a un rifiuto o a una reazione violenta - diverse sono state uccise dai loro beneficiati - è quella di cui parla Bonhoeffer con parole che vanno contromano: «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ci salva in virtù della sua debolezza, diventando fratello dell’uomo in Cristo, attraverso la sua impotenza e sofferenza».

    Claudio Magris- Tu racconti con potente e asciutta partecipazione affettiva il momento fondamentale dell’esistenza umana, in cui essa gioca tutta se stessa: la capacità di riconoscere la legge della propria vita, di distinguere la vera chiamata che corrisponde al nostro essere da quella «ingannevole», come diceva Kafka, ossia dalle lusinghe e aspirazioni velleitarie. Ciò vale non solo per la vocazione religiosa, ma anche nei confronti dell’amore, del matrimonio, dell’azione politica, di ogni scelta di vita. Ogni chiamata - e in particolare quella religiosa - è difficile, dura, talora anche terribile («è terribile cadere nelle mani del Dio vivente», dice la Scrittura). È dunque comprensibile, anche facile soccombere, essere travolti e devastati da questo confronto con la propria verità. Hai mai incontrato suore che sono magari finite in quell’abisso di rovina che altre sorelle attraversano senza cadervi»? 

    Mariapia Bonanate- Una chiamata è un destino che abbiamo, la responsabilità di costruire in pienezza, nella fedeltà alla vita e alla verità. È una strada tutta in salita, ardua e spesso terribile, vale per tutti, sono d’accordo con te. Per chi si consacra con dono totale e gratuito di se stesso, quando si allentano i legami con lo Spirito e non c’è più quel colloquio ininterrotto con il Padre che rende possibile l’impossibile e crea la speranza al di là di ogni speranza umana, si rischia l’appiattimento, l’identificazione con l’Istituzione. Si diventa dei «funzionari di Dio» e, magari in nome suo, si compiono azioni perverse, come nel film The Magdalene Sisters di cui un giorno abbiamo discusso insieme. Può anche accadere di lasciarsi contaminare dall’ambiguo fascino del male, di perdersi con coloro che si voleva salvare. Non ho personalmente incrociato suore che sono state ingoiate dal buio delle vittime, mentre ne ho incontrate molte che, per rimanere fedeli alla chiamata e al carisma del fondatore, si sono allontanate dalle congregazioni, a volte con una drammatica rottura, altre volte in accordo. Non hanno accettato di veder sacrificata la propria identità, la loro sete e fame d’umanità, alla sopravvivenza delle strutture. Sono diventate delle single, senza più paracadute che non fosse la Provvidenza, come confessano. Hanno reinventato con coraggio e fatica la loro vita in Dio, portando nei monasteri un vento nuovo e, nella società laica, hanno abbattuto il muro secolare fra le religiose e la vita quotidiana della gente.

    Claudio Magris- Il tuo è un grande libro d’amore; una dimostrazione che l’amore è spesso arduo, insidiato, magari oltraggiato, ma possibile e necessario per ognuno. L’amore non giudica, come sta scritto. Ma sta anche scritto - è parola di Cristo - che il Principe di questo mondo, il male, è già giudicato. Non c’è bisogno, talora, anche di collera? Quei tre o quattro magnaccia che alcuni anni fa hanno ucciso a morsi una prostituta perché non guadagnava abbastanza non meriterebbero la sferza, che del resto Gesù non ha esitato ad usare, e magari qualcosa di ben più duro di una sferza?

    Mariapia Bonanate- Questa domanda mi riporta a una pungente e attualissima riflessione che ho letto nei tuoi Alfabeti: «Forse la nostra società aberrante, ridotta a satira di se stessa e a smorfia irriconoscibile, può essere capita e riscatta solo da una prospettiva che sappia unire alla pietas e all’ironia la collera. Il lievito di cui abbiamo bisogno deve contenere pure alcuni grammi d’ira biblica e ira flaubertiana». Ritrovo in queste tue parole le protagoniste del mio libro che più amano l’umanità ferita, più gridano forte la loro indignazione, il «giusto sdegno» di Dante, per denunciare, a rischio spesso della vita, le ingiustizie e le violenze che alimentano le «nuove povertà». Proprio in questa simbiosi di pietas e di forte indignazione, coraggiosamente manifestata, di profonda spiritualità e di appassionato impegno civile, sta la loro novità di «soggetti politici», vigorosi e scomodi, che sanno tenere testa anche ai potenti di turno. Suor Eugenia Bonetti che lavora con tenacia e coraggio contro la tratta delle «schiave» del Duemila per il commercio sessuale e il traffico dei minori, ha messo in imbarazzo Bush. Lui aveva voluto conoscerla e le aveva chiesto: «Sister, secondo Lei, noi governanti, facciamo abbastanza contro il traffico umano?». «No, signor Presidente, non fate abbastanza», gli ha risposto impavida.

    Claudio Magris ( pubblicato il 20 dicembre 2010 su Il Corriere della Sera on line)
     

      

    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina

Informazioni

Data: martedì 21 dicembre 2010

Argomento: CulturaVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento |

 

Parole Chiave:

 

Stampa interventoStampa intervento

Invia per emailInvia per email

Salva articolo nella Lista PreferitiSalva nella Lista Preferiti