La Domenica in Europa


  • “E’ la domenica il giorno del Signore, - è la domenica il giorno dell’amore.

    Tutti ben rasati con su gli abiti belli, - è d’obbligo sentirsi tutti un po’ fratelli:

    e tutti andiamo in chiesa a pregare Dio, - ma tu ti preghi il tuo ed io mi prego il mio”

     

    Così cantavano “I Gufi” alla fine degli anni sessanta del secolo scorso; ma così potrebbero cantare anche oggi, dopo sessanta anni.

     

    Ma allora non è proprio cambiato niente in sessant’anni e dopo l’inquietante esperienza del COVID-19?

    Il n. 340 della “Rivista di Pastorale Liturgica”, (maggio-giugno 2020) offre alcune prospettive per il futuro della pastorale, che ha nella “domenica” il suo momento più significativo, perché la domenica, essendo il “primo giorno della settimana”, è il giorno della Risurrezione. 

    All’intervista hanno risposto sette nazioni europee, tramite un loro rappresentante.

    Ne è venuto fuori un quadro interessante e anche un po’ provocatorio; ma utile per la nostra pastorale. 

    Sono state coinvolte sette nazioni (Belgio, Francia, Germania, Italia, Spagna, Romania, Ungheria).

    Tutti coloro che hanno risposto a questa inchiesta affermano che il numero dei partecipanti alla Messa della domenica è alquanto scarso (Belgio, Germania, Romania; Spagna, Ungheria…), l’età è piuttosto avanzata, con una differenza tra zone di campagna, piccoli centri abitati e grandi agglomerati urbani. 

    In Belgio, ad es., dove non sembra esserci ostilità nei confronti della Chiesa, la frequenza alla Messa domenicale è ugualmente scarsa, perché la Messa è sempre uguale; della Messa non si sente il bisogno (così anche in Germania…): la domenica ha smesso di essere il giorno del riposo per diventare un giorno in più della settimana: più un ”dies hominis” che un “dies Domini” (più un “giorno dell’Uomo” che il “giorno del Signore”)!

    Un altro aspetto messo in evidenza è il grande cambiamento della società; cambiando il mondo commerciale, cambia anche il tempo festivo…; sono sorte nuove Cattedrali: quelle del consumo; i grandi Centri Commerciali, che riempiono la giornata della domenica di coloro che durante i giorni della settimana sono impegnati nel lavoro 

    Nei primi secoli (la testimonianza è di san Giustino), quando la domenica era un giorno lavorativo, i cristiani si riunivano insieme al mattino presto, prima dell’alba, per dare risalto e significato alla loro fede.

    Oggi molti hanno evidenziato l’improvvisazione dell’azione liturgica: “una liturgia non preparata, sempre ripetitiva, corre il rischio di morire di morte lenta…(Francia, Belgio, Germania, Ungheria, Spagna…).

    Da più parti è stata sottolineata l’importanza della Liturgia della Parola, anche senza Eucaristia; ma in diverse nazioni (in Francia per es.), tutto ciò è guardato con molta “riserva” da parte dei Vescovi.

    Riguardo alla struttura dell’azione liturgica, molti hanno fatto riferimento all’Omelìa, più biblica e meno devozionale, e ad un buon clima, frutto del coinvolgimento di varie componenti: l’Eucaristia, infatti, la sua celebrazione, non può dipendere da una sola persona (il Presbitero celebrante) e l’esteriorità da sola non può essere sufficiente.

    Oggi, in un contesto culturale in cui predomina il relativismo, la fede esige di essere motivata personalmente, tenendo presente il rischio della privatizzazione del sentimento religioso (es. Romania): una volta il contesto culturale era il contenuto ideale per l’appartenenza cristiana; oggi, invece, in un contesto di accentuata secolarizzazione, la vita sociale e culturale sono profondamente dissociate l’una dall’altra.

    In Italia la crisi della domenica è stata sostituita da altre forme di religiosità: pellegrinaggi, happening collettivi (GMG), esperienze monastiche… “E’ la società esperienziale che esalta le emozioni, tanto da far dire agli individui di aver fatto una bella esperienza solo se hanno avuto forti emozioni”.

    Ma dalle risposte al questionario della Rivista emergono anche altri interessanti stimoli:

    L’inserimento, nel contesto della celebrazione eucaristica, della dimensione caritativa, che deve andare al di là dei membri visibili della comunità per raggiungere, per es., i migranti, i paesi in via di sviluppo, quanti si trovano nel “bisogno” o in qualsiasi stato di necessità. 

    Una maggiore cura del vicino potrebbe scuotere e rinnovare l’attività filantropica della Chiesa, soprattutto in occasione di gravi crisi economiche e finanziarie (Belgio, Romania…), evitando comunque di far prevalere solamente la dimensione sociologia, perché la Liturgia deve essere un aiuto “per vivere” bene…

    Un tema che sta ponendo gravi e profondi interrogativi è quello del “peccato” e quello della “Confessione” /”Riconciliazione”: dopo il Concilio quasi tutti i “praticanti” si accostano spesso alla comunione, poco alla confessione (Romania…): perché?

    Si pone anche il problema di chi in qualche modo non è credente, né praticante e tuttavia chiede la “cerimonia” dei funerali, del Battesimo, della Cresima… “questo momento è importante per la loro evangelizzazione” (Ungheria…). 

    Già il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia, non credente, diceva che questi momenti hanno perso la loro peculiarità religiosa, ma hanno acquistato una valenza sociale; sono diventati momenti che esprimono l’appartenenza ad un determinato popolo. 

    E allora:  Cos’è il peccato? Cosa intendiamo?

    Cos’è la Fede? La Fede può essere un “bisogno”?

    Cos’è la Messa? La Messa può essere un “bisogno”?

    Non sarebbe bello confrontarsi prima di programmare il futuro della nostra pastorale!

     

    Don Gianfranco Rossetti

     
    Torna in cima alla paginaTorna in cima alla pagina