Vorrei rappresentare il bambino nato a Betlemme.


  • "Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e vedere
    con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la
    mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu
    adagiato in una mangiatoia e giaceva sul fieno".
    Era metà dicembre del 1223 quando Francesco d’Assisi,
    fermandosi a Greccio, paesino vicino Rieti che amava molto,
    fece questa strana richiesta a Giovanni Velita, suo amico e
    signore del luogo. Giovanni preparò la mangiatoia
    (praesepium è la parola latina per la cassa con il fieno per gli animali) in una grotta, dove
    la notte di Natale i locali si radunarono. Sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucarestia: il corpo
    di Cristo trasformava Greccio in Betlemme (toponimo che significa casa della carne in
    arabo, casa del pane in ebraico). Il primo presepe non aveva statue o personaggi ma
    uomini e donne reali con le loro vite piene di fatiche e gioie, radunati per la Messa. Il
    gesto di Francesco lancia una sfida culturale che riguarda tutti, credenti e non: il nostro
    rapporto con lo scorrere del tempo. L’uomo, nella storia, ha elaborato due modi di
    fermare l’orologio: vivere nel passato o nel futuro. Per questo l’antropologo Lévi-Strauss
    divideva le società in fredde e calde.
    Le società fredde, riproducendo il passato con riti e miti, cercano di annullare lo scorrere
    del tempo e di difendersi dall’irruzione della storia; le società calde amano invece il
    divenire e, attraverso la tecnica, cercano anzi di accelerare il tempo e l’avvento del futuro.
    Si tratta di una semplificazione, perché in ogni cultura si mescolano correnti fredde e
    calde, ma è vero che ciascuna ha delle note dominanti. Quella dell’antica Grecia è ad
    esempio una cultura prevalentemente fredda: lotta contro il tempo che tutto divora,
    cercando di riattualizzare l’età dell’oro, quando uomini e dei vivevano in armonia e la
    terra offriva spontaneamente i suoi frutti. Per una cultura cosiddetta tradizionale il
    divenire è un male e il nemico dell’uomo è l’oblio: l’immortalità è nella Memoria, che è
    infatti una dea, sposa di Zeus e madre delle Muse. Esistere significa resistere all’usura del
    tempo ed essere quindi «memorabili», come Achille. La modernità è invece
    prevalentemente calda, è nel potere dell’uomo domare il divenire e spronarlo al galoppo
    per raggiungere il paradiso in terra: non è nel passato che si trova l’energia per
    affrontare il presente, ma nel futuro. L’età dell’oro va realizzata, con il progresso e la
    tecnica: l’Azione, non la Memoria, rende immortali. Esistere significa immergersi nella
    corrente della storia. Queste due visioni del mondo ci guidano nelle scelte che facciamo
    nella vita di tutti i giorni ma, nonostante la loro spinta creativa, la fatica del vivere e lo
    scorrere del tempo restano un peso, perché in quel passato o in quel futuro aurei la mia
    vita così com’è non entra (non c’ero o non ci sarò): perché quindi sono nato così e vivo
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    qui e adesso?
    Il presepe di Francesco dà un’altra risposta: «In principio era il Verbo e il Verbo si fece
    carne, abitando tra noi», adesso, cioè per affrontare la vita non basta credere nel passato
    o nel futuro, ma serve farsi carne, accettare il peso del tempo, il presente. Cristo fa per 30
    anni il carpentiere in un paesino sperduto della Galilea: se l’eterno si fa tempo allora il
    tempo è anche eternità. Gli uomini inventano divinità (da Prometeo al Progresso) che li
    liberino dal peso della vita, nel presepe invece - la mangiatoia non lascia spazio a teorie -
    questo peso viene accettato e riempito di senso: il lavoro, la festa, la fatica, il riposo, il
    pianto, la gioia, la malattia, il fallimento, la noia, il male, le relazioni, la meraviglia, la
    paura... tutto, proprio tutto, è occasione di vita. Il presente non è una condanna da
    scongiurare, mitizzando il passato (era meglio prima) o il futuro (sarà meglio dopo), ma
    una sfida: la libertà diventa così la chiave dell’esistenza, in quanto capacità di vivere ogni
    momento nella pienezza di senso che decidiamo di dargli. Per questo amo la frase di
    Cristo: «Non preoccupatevi del domani: a ogni giorno basta la sua pena» che fa il paio
    con: «Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». L’unità di
    misura del tempo è per lui «ogni giorno»; la vita di oggi, con tutto ciò che contiene,
    diventa l’occasione in cui, essendo sempre e comunque libero di amare Dio e gli altri, si
    può dare senso a ogni istante: nulla è assurdo e nulla va sprecato. Non è un vivere alla
    giornata, ma un vivere la giornata: né nostalgici né utopisti ma radicati e radicali nelle 24
    ore. Nel presepe di Francesco il presente è tutto, non ci sono statue o personaggi, ma gli
    uomini e le donne di Greccio del 1223, attorno al Dio che si fa Carne e Pane per loro, lì e
    in quel momento. Il presepe ci interroga sul nostro essere qui e ora: che cosa ci fa vivere
    la giornata con gioia, libertà e iniziativa? Per cosa viviamo? Che cosa ci fa rinascere ogni
    24 ore? Cercare la risposta è il Natale.
     

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Data: martedì 17 dicembre 2019

Argomento: CatechesiVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento | Commento al Vangelo

 

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