Grammatica della lotta con il mistero


  • È un olio su tela di 73 cm x 92; Gauguin lo dipinse tra l'agosto e il settembre 1888, l'intitolò La visione dopo il sermone e con questo quadro aprì una nuova fase della sua pittura, denominata "sintetismo". In una lettera a Van Gogh di quegli stessi giorni, il pittore ne decifrava il senso, basato su una delle pagine più emozionanti della Genesi (32, 23-31), la lotta dell'eroe eponimo di Israele, Giacobbe, con l'angelo (in realtà la Bibbia parla solo di un "uomo" misterioso e innominato, segno del divino). In primo piano «alcune donne bretoni pregano in gruppo vestite di un nero molto cupo, con le cuffie bianco-gialle molto luminose». Sul «terreno vermiglio puro» tagliato a metà dal tronco di un melo, «l'angelo vestito di blu oltremare intenso» lotta con Giacobbe: si crea, così, una contrapposizione – continuava Gauguin – tra il realismo dei volti delle donne rustiche e devote e la mistica scena centrale. Dopo aver ascoltato la predica sulla pagina biblica, esse la ritrovano nella loro quotidianità; l'immagine della mente, la forza della spiritualità, la potenza del simbolo incidono nella "piazza" della storia una loro traccia reale.
    Siamo partiti da questo stupendo quadro della National Gallery of Scotland di Edimburgo, dipinto nell'anno che vedrà la drammatica rottura dell'amicizia di Gauguin con Van Gogh e le prime avvisaglie del richiamo dell'esotico orizzonte oceanico, per risalire a un tema che ha da sempre attraversato la spiritualità e che ha avuto il suo emblema proprio in questa pagina biblica che già Rembrandt aveva reso in un teso fronteggiarsi di primi piani tra l'angelo e Giacobbe nella tela di Berlino del 1659. Certo, in filigrana allo scontro che si consuma sulle sponde dello Iabbok, il "fiume blu", affluente del Giordano, ci può essere un ammiccamento al mitico duello con lo spirito delle acque, un motivo classico, entrato anche nella leggenda cristiana di san Cristoforo. Si intravedono anche le eziologie del nome topografico Penuel («volto di Dio»: «Ho visto Dio faccia a faccia», esclama Giacobbe), del tabù alimentare riguardante il divieto di mangiare la carne attorno al nervo sciatico, ove il patriarca è colpito, e del nuovo nome assunto da Giacobbe, Israele, archetipo dell'intero popolo, nome decifrato popolarmente dall'autore sacro proprio sulla scia di quel confronto («combattere con Dio»).

    La rilettura mistica è, però, favorita già dal testo che nell'Avversario vede un essere il cui nome rimane misterioso. Eppure egli cambia radicalmente il nome e, quindi, la persona e la vita stessa del suo interlocutore e lascia una stimmata sanguinante nel suo corpo. Già il profeta Osea, nell'VIII secolo a. C., non avrà esitazioni assegnando una nuova ermeneutica alla scena: «Giacobbe... da adulto lottò con Dio, lottò con l'angelo e vinse, pianse e domandò grazie» (12, 4-5). La lotta è, pertanto, una metafora della preghiera: non per nulla san Paolo esorta i cristiani di Roma a synagonízesthai, a «lottare con lui nelle preghiere» (15,30). Attorno a questo nucleo tematico a prima vista sconcertante ma suggestivo – l'incontro col mistero non è una passeggiata consolatoria ma è un inerpicarsi su sentieri d'altura, conquistando metro per metro con mani e piedi lacerati o slogati come l'anca di Giacobbe – si sono raccolti vari studiosi in un Convegno ecumenico internazionale tenutosi nella comunità monastica di Bose (Biella) e i risultati di quel dialogo sono ora in un volume molto variegato e ricco di iridescenze. Sotto la lente di questi esperti passano molti testi della spiritualità ortodossa, anche se l'avvio, affidato al priore di Bose, Enzo Bianchi, risale proprio alle radici scritturistiche e alla categoria biblica della "tentazione", per altro vissuta dallo stesso Cristo.
    Si può, così, configurare una vera e propria «grammatica della lotta spirituale» che ha come "piazza" in cui essa si compie il cuore stesso del credente e come attrezzatura di battaglia la panoplía di Dio, ossia l'armatura spirituale a cui rimanda l'Apostolo Paolo (Efesini 6,11-13). Da questa sorgente dilaga poi il fiume della tradizione mistica orientale che vede i flutti testuali di tanti autori antichi – come Giovanni Climaco, Isacco il Siro, Massimo il Confessore, Barsanufio, Giovanni di Gaza, Giovanni Cassiano – ma anche la testimonianza ascetica delle comunità religiose contemporanee di Russia, di Serbia, di Grecia (significativo è l'intervento di Kallistos Ware del Patriarcato di Costantinopoli, che fu docente anche a Oxford, sulla «lotta spirituale nel mondo contemporaneo»). La tensione spirituale non è, infatti, solo lo stress legato alla frenesia dei nostri giorni; è anche il respiro dell'anima che s'innalza verso la vetta della trascendenza, è l'«ascesi» che non è solo ascensione, ma è al tempo stesso "esercizio" secondo l'etimologia greca del termine, è la catarsi del pensare, dell'agire e dell'immaginare, è la paziente tessitura del dialogo della carità, è la ferma resistenza al male, è il coinvolgimento della corporeità e della psicologia, è l'incontro arduo con Dio nella preghiera.
    Quest'ultimo è l'elemento da cui siamo partiti con la rilettura della scena di Giacobbe operata dal profeta Osea. Agatone, uno degli antichi padri del deserto, alla domanda sulla più tormentata e onerosa esperienza spirituale rispondeva: «Penso che non vi sia fatica più alta del pregare Dio... Qualsiasi cosa poi l'uomo intraprende, se persevera in essa, trova pace, ma la preghiera esige lotta fino all'ultimo respiro». Non per nulla il Cristo orante sotto le fronde degli ulivi del Getsemani suda sangue, vivendo un'«agonia», una lotta appunto. Strindberg faceva pregare così – echeggiando lo scontro del fiume Iabbok – un personaggio del suo dramma La grande strada maestra (1909): «O Eterno, non lascio la tua mano, la tua dura mano, prima che tu mi abbia benedetto. Benedici me che tanto ho sofferto per il dolore di non poter essere quello che volevo». Anche quando esso è serrato e apparentemente blasfemo, come in Majakovskij che considerava Dio «il mio Rivale, il mio inseparabile Nemico», da quel confronto non si può uscire indenni, ma o benedetti o feriti, certamente con un nome nuovo.
     

    Gianfranco Ravasi ( sul Sole 24 Ore di Domenica 12 dicembre 2010)


    la lotta spirituale nella tradizione ortodossa A.a.V.v. Qiqajon, Bose (Biella) pagg. 376 | € 24,00  

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Data: domenica 12 dicembre 2010

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