Educare l'Italia unita


  • Nel 1883 esce il capolavoro di Collodi Le avven­ture di Pinocchio. Sarà letto in tutto il mondo, tra­dotto in duecento lingue. Tre anni dopo, Cuore di De Amicis: quaranta edizioni nell' anno stesso della pubblicazione. Come afferma Asor Rosa (Le voci di un'Italia bambina, «Cuore» e «Pinocchio» in Storia d1talia, voI. IV, Einaudi 1975, pp. 925­40), forse nessuna opera della letteratura italiana contemporanea è riuscita a far vibrare con tanto successo sentimenti universali come questi due li­bri per ragazzi, mentre la cultura italiana, nella sua produzione «seria» e «per adulti», si affannava ver­so le più diverse direzioni ad affrontare il proble­ma di una crescita nazionale. Cuore e Pinocchio devono perciò occupare un posto centrale nello studio del tessuto culturale dell'Italia postunitaria.

    Nonostante le apparenze (Cuore sentimentale, Pinocchio favolistico), le due opere esprimono un rapporto con la realtà doloroso e drammatico. L'Italietta degli ultimi decenni dell'Ottocento, messa di fronte ai propri gravi limiti, si rendeva sempre più conto che, per diventare una nazione moderna, le occorreva puntare sul valore del sa­crificio, dello sforzo, dell'altruismo, del rafforza­mento della tempra morale e intellettuale. 1 due libri «per ragazzi» vanno letti alla luce della for­mazione di un'Italia ancora immatura, È utile ricordare che, fino a circa sessant'anni fa, la let­tura dei due libri di formazione era quasi un ob­bligo per i bambini e poteva costituire materia di insegnamento.

    Interclassismo eroico

    Cuore è un diario, scritto da Enrico. un ragazzo di terza elementare, il cui padre ogni tanto inseri­sce qualche suo pensiero, come quando esorta il figlio a conservare e coltivare di preferenza l'ami­cizia, l'amore e il rispetto nei confronti dei com­pagni appartenenti alle classi più umili. «Se non conserverai queste amicizie ... vivrai in una classe sola, e l'uomo che pratica una sola classe sociale, è come uno studioso che non legge altro che un li­bro ... Se c'è una superiorità di merito è dalla par­te del soldato, dell' operaio, i quali ricavan dall' o­pera propria minor profitto. Ama dunque, rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figli dei soldati del lavoro; onora in essi le fatiche e i sacrifici dei loro parenti; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i senti­menti e la cortesia; pensa che uscì quasi tutto dal­le vene dei lavoratori delle officine e dei campi il sangue benedetto che ci ha redento la patria» (Cuore, ed. Lucchi 1982, p. 208). Verrebbe da do­mandare al padre di Enrico se questi eroici lavo­ratori versarono il sangue per una loro scelta o per­ché costretti ... Un esempio di interclassismo lo troviamo nella feroce polemica contro gli «oppo­sti estremismi» che ostacolano la feconda collabo­razione tra le classi. Vengono messi sullo stesso pia­no nella condanna sia il sottoproletario, ribelle e irrecuperabile (delinquente nato?), Franti, sia Nobis, l'aristocratico superbo: «Nobis può fare il paio con Franti» (p. 117).

    Il prezzo da pagare per questa collaborazione volta al progresso civile e militare dell'Italia risul­ta altissimo. Fra i «racconti mensili» che costitui­scono l'ossatura di Cuore, tre si concludono con la morte eroica del piccolo protagonista; uno con l'amputazione di una gamba; tre descrivono for­me sublimi e faticosissime di dedizione al princi­pio familiare e umanitario.

    Le tentazioni di Pinocchio

    Diversamente dall' ambiente torinese in cui vive e studia Enrico, la realtà della campagna toscana in cui si svolgono Le avventure di Pinocchio, pre­senta un aspetto decisamente più popolare. Si trat­ta della storia di un' educazione e di trasformazio­ne: Pinocchio, nato quasi per caso dalle mani di un povero falegname, diviene un burattino senza voglia di studiare né di lavorare, pieno di buoni propositi ma incapace di tenervi fede, nient'affat­to cattivo. capace anzi di atti eroici ma impru­dente, ingenuo e incostante. Il mestiere preferito da Pinocchio sarebbe «quello di mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo» . Invano lo ammonisce il GriIlo-parlante: «Tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono quasi sempre allo spedale o in prigione! (Le avventure di Pinocchio, Giunti 2000, p. 23). Anche Geppetto gli aveva insegnato la dura e spietata legge che regola la convivenza umana: «I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di as­sistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di malattia, si tro­vano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l’obbligo di lavorare: e, se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro» (p. 130). Alla fine delle sue avventure, Pinocchio si ravvede e si sottomette alla fatica e allo sfruttamento: gira il bindolo per annaffiare gli ortaggi (e gli ci vor­ranno cento secchie d'acqua per pagare un solo bicchiere di latte), fabbrica canestri e panieri di giunchi.

    Ma non tutti i poveri sono degni di compas­sione. Pinocchio, ormai convertito. incontra la Volpe, invecchiata e caduta nella più squallida miseria tanto da essere stata costretta a vendere la coda, e il Gatto, diventato cieco a furia di fingersi cieco. Essi gli chiedono aiuto: «Credilo Pinoc­chio, che oggi siamo poveri e disgraziati davve­ro!». Al che Pinocchio si limita a sentenziare: «Se siete poveri, ve lo meritate ... Addio mascherine!» (p. 240). Ma quando Pinocchio apprende che la fatina, che aveva prima conosciuto come una gio­vane e ricca signora e poi come un' onesta lavora­trice, «colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata e non ha più da comprarsi un boccon di pane» (p. 247), non esita a donare i suoi ri­sparmi, a raddoppiare la produzione e l'orario di lavoro.

    Così il burattino scapestrato perde la sua veste originaria e diventa «un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un' aria allegra e festosa». Nelle ultime righe il bel ragazzo contem­pla l'immagine di se stesso quand' era un buratti­no: «Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ra­gazzino perbene!» (pp. 250-51).

    Non mancano però alcuni episodi trasgressivi. I carabinieri, quando compaiono, arrestano sem­pre la persona sbagliata (pp. 19; 153). Quando Pinocchio, truffato dalla Volpe e dal Gatto, va in tribunale per ottenere giustizia, il giudice si rivol­ge così ai gendarmi: «Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dun­que e mettetelo subito in prigione» (p. 103).

    Riletture dissacranti

    «E in quel gran mare di languorosa melassa che pervade tutto il diario di Enrico, in quell'orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di ab­bracci interclassisti, di galeotti redenti e signori in maschera che regalano diamanti a bambine smarrite tra la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori che abbracciano carbonai e muratori che biasci­cano lagrime di riconoscenza sulla spalla di ric­chi possidenti, là dove tutti si amano, si com­prendono, si perdonano, si accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburi­ni sardi, cospargono di fiori vedette lombarde e coprono d'oro patrioti padovani, una sola volta appare una parola di odio, senza riserve, senza pentimenti e senza rimorsi; ed è quando Enrico ci traccia il ritratto morale di Franti: «lo detesto costui. È malvagio». Segue un crescendo di ac­cuse contro «l'infame». «Ma tanto accumularsi di nefandezza è troppo wagneriano per essere nor­male, sfiora il titanico, deve avere un valore em­blematico. È il Male in quanto si oppone a tutto quello che la società identifica col Bene, cioè con l'ordine esistente in cui  «Enrico si ingrassa»: così Umberto Eco, nel famoso Elogio di Franti, usci­to nel suo Diario minimo negli anni Sessanta e riportato, negli anni Settanta, in varie antologie «di sinistra». Eco conclude immaginando che, al­cuni anni dopo, Franti avrebbe agito col nome d'arte di Gaetano Bresci. Dieci anni più tardi, nell'articolo Franti strikes again, uscito nella rac­colta Il costume di casa, Eco immagina una riap­parizione di Franti nella scuola di Barbiana e quindi a Torino, nell'Università occupata, con l'eloquio del primo della classe e la generosità de­gli umili protagonisti del Cuore. L’alleanza tra Franti, Derossi e il muratorino passava inevita­bilmente sulla testa del maestro, anzi richiedeva come rituale fondante che al maestro fosse get­tato, da tutta la classe, un calamaio in faccia.

    Una critica radicale al Cuore possiamo anche trovarla nello sceneggiato di Comencini del 1984, protagonista Johnny Dorelli. La vicenda è ambientata 17 anni più tardi, nel 1899, per fare in modo di poter rappresentare la vita dei prota­gonisti, diventati adulti, durante la Grande Guerra. Dinanzi a questa drammatica prova, tut­to l'insegnamento morale del Cuore mostra la sua tragica inadeguatezza. Il tenente Enrico, giunto a Torino per due giorni di licenza, scandalizza i fa­migliari rivelando il basso morale dei soldati e la mancanza di mezzi dell' esercito. Avendo saputo che a Torino erano scoppiati disordini sanguino­si per chiedere pane e pace, così si esprime dinanzi a parenti e amici esterrefatti: «Se non vestissi que­sta divisa, sarei anch'io in mezzo ai rivoltosi». Il padre, lo stesso padre che l'aveva bombardato di bellissime parole quand' era bambino, al colmo dell'indignazione lo caccia di casa.

    Anche Pinocchio avrebbe conosciuto una lettu­ra alternativa. Nello sceneggiato di Comencini del 1971, abbiamo come conclusione una scon­certante confessione di babbo Geppetto. Dopo avere ammesso di essersi costruito un buratti­no per avere un po' di compagnia e qualcuno che lo potesse aiutare nella vecchiaia (cioè voleva «un ragazzino perbene» tutto lavoro e famiglia), così prosegue: «Com'è stato lo sapete: / è la storia di Pinocchio, / naso lungo e capo tondo / che va in giro per il mondo / e pretende di pensare / e su tutto ragionare. / Lui non vuole andare a scuola, / lui non vuole lavorare. / Debbo dirvi in confi­denza / che così non mi dispiace / m'è riuscito pro­prio bene / più lo vedo e più mi piace». È il rove­sciamento del messaggio di Collodi!

    «Dissacrare le dissacrazioni»: potrebbe costituire una conclusiva lettura dissacrante. È vero: Cuore e Pinocchio non hanno evitato che gli italiani accet­tassero guerre, dittatura e ingiustizie sociali. Ma l'insegnamento dei due Sacri Testi è tutto da but­tar via? Qualsiasi discorso che osasse fare appello al­la responsabilità individuale rischierebbe oggi di es­sere tacciato di bieco moralismo. Ma è possibile, in questa epoca consumistica, proporre agli italiani un forte messaggio etico che superi i limiti di Cuore e Pinocchio, ma che comporti nuovamente sforzo, impegno, lavoro, rinunce?       

    Dario Gitana  (il foglio n. 376/2010 – mensile di alcuni cristiani torinesi)  

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