Educare alla gioia.


  • EDUCARE ALLA GIOIA

     Si parla spesso di educazione all’accoglienza, alla legalità, alla diversità, al senso civico, all’ambiente. Più raramente si discute di educazione alla gioia. Cosa significa educare alla gioia? Per rispondere, chiediamoci, innanzi tutto, che cosa sia la gioia. Il racconto che segue, tratto dalla biografia di san Francesco scritta dal beato Tommaso da Celano, ci fornisce alcuni spunti per orientare la risposta: “Un giorno, mentre andava a cavallo per la pianura che si stende ai piedi di Assisi, si imbatté in un lebbroso. Quell’incontro inaspettato lo riempì di orrore. Ma ripensando al proposito di perfezione, già concepito nella sua mente, e riflettendo che, se voleva diventare cavaliere di Cristo, doveva prima di tutto vincere sé stesso, scese da cavallo e corse ad abbracciare il lebbroso e, mentre questi stendeva la mano, come per ricevere l’elemosina, gli porse del denaro e lo baciò. Subito risalì a cavallo; ma, per quanto si volgesse a guardare da ogni parte e sebbene la campagna si stendesse libera tutt’intorno, non vide più in alcun modo quel lebbroso.

    Perciò, colmo di meraviglia e di gioia, incominciò a cantare devotamente le lodi del Signore…”.

    Quindi la gioia sembrerebbe essere uno stato interiore, che rallegra lo spirito e colma il cuore. Tuttavia, a causa di questo suo carattere immateriale, risulta difficile da definire. Un attimo. Non è esattamente così. Francesco “corse ad abbracciare il lebbroso, gli porse del denaro e lo baciò”. Perciò la gioia è il risultato di un’azione concreta, ed è imprescindibile da essa. Il contatto fisico con un'altra persona, il “lebbroso”, in uno spazio ben definito, “la pianura ai piedi di Assisi”, fanno nascere la gioia in Francesco.

    Perciò, una prima riflessione: educare alla gioia significa educare a gesti concreti, significa vivere l’umanità degli spazi che ci circondano. A questo proposito la Parrocchia offre occasioni preziose. L’oratorio è uno spazio aperto all’incontro, dove intessere relazioni concrete, per esempio, con una partita di calcio, o sfidandosi a biliardino o, semplicemente, condividendo il proprio tempo libero con gli altri. Il gruppo scout fonda la sua proposta educativa sulla condivisione di esperienze concrete, come le escursioni in montagna, la vita in tenda, le veglie serali. Poi pensiamo alla celebrazione della messa. Essa è luogo, persone e gesti, tutti reali e concreti. Sul fronte opposto, le relazioni virtuali fatte sui social negano i contatti veri e di conseguenza suscitano fatica, frustrazione e smarrimento.

    Facciamo un passo ulteriore. Domandiamoci come si possa allargare ed arricchire la dimensione della fisicità, la quale rappresenta l’ambito in cui vivere la gioia. Un modo possibile è quello di vivere e coltivare una molteplicità di dimensioni esistenziali, come la dimensione dell’amicizia, della spiritualità, dello studio, del tempo libero, della famiglia, del lavoro, della formazione, dell’impegno sociale, della cultura, dello sport. Concentrarsi su una o poche esperienze, impoverisce la capacità di percepire la realtà e quindi di interagire con essa e, come accade per le relazioni virtuali, produce un senso di frustrazione e fatica e allontana dal piacere della gioia. Allora una seconda riflessione: educare alla gioia significa educare ad una vita completa, in cui è coltivata e vissuta una pluralità di ambiti esistenziali.

    Infine, un’ultima osservazione. Se ritorniamo al brano di San Francesco, leggiamo “Quell’incontro inaspettato lo riempì di orrore” e, poi, “…doveva prima di tutto vincere sé stesso”. Sono parole che ci fanno riflettere sull’impegno richiesto per compiere gesti concreti di gioia. Ma qui il discorso si riapre e lo rinviami ad un’altra occasione.

     

    Giovanni Lancioni

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Data: sabato 22 dicembre 2018

Argomento: CatechesiVisualizza tutti gli interventi di questo Argomento | Commento al Vangelo

 

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