Abbado o della leggerezza


  • Deve essere un tempo molto felice, questo, per Claudio Abbado. Come tutti i tempi felici è segnato dalla volatilità, dalla leggerezza, dalla trasparenza. Da agosto a oggi vi abbiamo già scritto due volte di Abbado: prima da Lucerna, per una Nona di Mahler che sfidava le impalpabilità del suono; poi da Chiaravalle, dove nell'Abbazia persa tra i campi vicino a Milano, Abbado aveva radicalmente riletto il famoso Stabat Mater di Pergolesi, riscoprendolo nella natura aspra, lignea, antica, avvolto in una luce finale radiosa, non di questo mondo.

    In questi giorni il direttore milanese è a Bologna, con la Mozart: due concerti, domenica scorsa e stasera, rispettivamente con Seconda e Terza di Schumann, più il Concerto in la minore, affidato a Radu Lupu (oggi Beethoven, Violinkonzert, con Isabelle Faust). Ci siamo detti: andiamo ma non ne scriviamo. Dopo due non si può il tre. E invece tre, sì, obbligatorio.
    Schumann, a duecento anni dalla nascita, non poteva ricevere una esecuzione più devota, sensibile. Aderente ai gesti nella scrittura, con lo sbalzo delle formule caratteristiche: il ritmo puntato, araldico e cavalleresco, ma di un romanticismo equestre ormai perduto; i riferimenti a Bach, citato e reinventato nei disegni a contrappunto, come un cardine, una preghiera; i temi melodici, di una bellezza diversa da quella del canto schubertiano o mozartiano, intinti in un inchiostro più denso, torbido, dolente. Nella Seconda Sinfonia, Abbado era liberissimo, con l'Orchestra Mozart che lo seguiva, anzi no, che camminava con lui di pari passo, restituendo anche una estemporaneità alla lettura dal carattere prodigioso. Come capita nei momenti magici. Che non si ripetono. Non a caso il bis, la pur magnifica, incandescente ripetizione dello Scherzo, godibilissima per confermare la pirotecnica agilità di gruppo, non aveva però più, al secondo ascolto, quell'effetto di velocità sfrecciante del primo. Là note piene, ma senza gravità, sempre in avanti, imprendibili. E il finale sparito nel nulla, sui due accordi ultimi.

    Primo e terzo movimento erano, dal punto di vista della fioritura delle idee musicali, forse ancora più ricchi di sorprese: Abbado sembrava aver tolto loro la patina del tempo, come nei vecchi quadri. Il suono di insieme restava ottocentesco, morbido, sontuoso. Tra l'altro più effusivo del solito, per la Mozart a pieni ranghi. Con un affondo da Kapelle di antica Germania negli archi, da non credersi in strumentisti così giovani. Con quel colore luminoso in corni e legni che un tempo avevano Dresda, Lipsia, fino a poco dopo la caduta del Muro. Ma al recupero della pasta originale, si accompagnava lo sbalzo di paesaggi nuovi. Ad esempio il tema cromatico discendente, nell'ultima parte del lungo movimento d'apertura: come una folata di vento del Nord, a scompigliare l'energia delle note ribattute. Oppure il ritmo interno del tema dell'Adagio: cantabile ma sempre sincopato, sospeso, fluttuante.

     Era un racconto senza parole la Sinfonia, con l'Orchestra, anche nella virtuositè, sempre appassionata. Di magnifico assieme e magnifiche prime parti, dalla spalla di Raphael Christ con accanto Lorenza Borrani, all'oboe di Rossana Calvi, al clarinetto di Miriam Caldarini, a tutti gli altri fiati.
    Diverso il discorso per l'esordio di serata, dove dopo l'Ouverture dalla Genoveva, preparatoria del timbro in sala, entrava Radu Lupu col totalmente suo Concerto in la minore: più sonoro, più squillante, rispetto ad altre recenti esecuzioni, virate tutte sui toni del grigio. Qui la malinconia si apriva a dialoghi inaspettati coi legni, a intrecci di volumi e disegni con gli archi. Lupu cerca sempre più un pianoforte concertante. Non vuole un re in dominio sull'orchestra, ma uno strumento che ne allarghi il tessuto, in un gioco di mimesi e bagliori dal fascino assoluto. Al di là la nota, giusta o sbagliata.
    Aneddoto finale fuori recensione: dedicato ai fan di Abbado e di Kleiber. Abbado portava un orologio di Ulysse Nardin. Dono di Carlos (Kleiber), appartenuto al babbo (Erich). Età? Cento anni. Segni caratteristici? Grosso quadrante, cronometri vari, ma soprattutto una piccola ancora tra le lancette, marchio della casa svizzera. Un passaggio di mano per il tempo dei naviganti liberi, felici.

     

    Carla Moreni (sul Domenicale del Sole 24 ore del 28 novembre 2010)

      

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