Virno, ribellarsi è naturale


  • Perché bisogna obbedire? Perché lo dice la legge. Ma perché si deve obbedire alla legge che impone di obbedire? Dobbiamo dunque ipotizzare una legge di livello superiore che imponga di obbedire alla legge che prescrive di obbedire? E non comporta, questo, postulare a sua volta un'altra legge che impone di obbedire alla legge che impone di obbedire e così via, all'infinito? Ecco mostrata in un esempio tra molti la portata radicalmente politica che inerisce a quel dispositivo logico chiamato «regresso all'infinito» che fa da tema all'ultimo libro di Paolo Virno (E così via, all'infinito - Logica e antropologia, Bollati Boringhieri, pp. 221, € 16,00). Insieme alla capacità di pensare nella modalità del possibile (non solo ciò che è, ma anche ciò che potrebbe essere, o non essere) e alla facoltà della negazione, alla prima strettamente connessa, il regresso all'infinito è per Virno una via d'accesso privilegiata alla fondazione di un'antropologia naturalistica che dia conto tanto delle dotazioni specifiche dell'animale uomo quanto delle diverse prestazioni che sulla base del suo sostrato naturale esso può compiere.


    Possibilità, negazione e regresso all'infinito hanno infatti il loro sfondo nel tratto distintivo che distingue l'homo sapiens dagli altri animali superiori: il linguaggio verbale, articolato, capace di ricorsività e di metariflessione. A differenza degli altri codici comunicativi, il linguaggio umano può prendere a oggetto se stesso, mettersi a punto, dotarsi di regole, sdoppiarsi in un linguaggio-oggetto e in un metalinguaggio. La semplice proposizione: /non è vero/, asserita a proposito di uno stato di cose, è rivolta al tempo stesso alla proposizione /è vero/ in essa contenuta. Due versioni del vero sono dunque possibili (anche se una sola effettuale). E il regresso all'infinito, fondato sulla stessa capacità autoriflessiva, prende avvio quando possibilità e negazione hanno aperto la strada a una molteplicità di interpretazioni non più implicite nel primo asserto, quando cioè ci si comincia a domandare: perché?
    Non ogni perché comporta però un regresso all'infinito: se sono bagnato perché piove, il processo si ferma qui. Si ha un potenziale regresso all'infinito ogni volta che la mente si interroga non sul fatto che le cose stanno così, ma su che cosa garantisce che un'asserzione sia corretta. Qui il linguaggio verbale, come modello e archetipo di ogni processo cognitivo, fallisce naturalmente, cioè per natura: o indica il mondo o indica se stesso, ma in nessun caso può dar conto del perché una determinata proposizione si riferisce proprio a quella porzione di mondo. Di qui il ricorso a un livello superiore. Chi garantisce per la legge se non una metalegge? Chi stabilisce la vigenza di una regola se non un'altra regola di livello superiore che ha poi bisogno di una terza, di una quarta…e così via all'infinito? Oppure, secondo un altro esempio classico: come è possibile avere una immagine della propria mente se questa immagine è a sua volta uno stato mentale di cui bisogna dare conto? Occorre dunque ricorrere a un'immagine di secondo grado, un'immagine dell'immagine della mente, la quale a sua volta, ecc.
    Ma se fosse tutto qui, non saremmo lontani dal brivido lezioso provocato dalle figure di Escher o dai racconti di Borges che ha pervaso tanta produzione letteraria e filosofica postmoderna. La posta in gioco del ragionamento di Virno è tutt'altra, e si articola in un doppio quesito. Il primo suona: perché questo particolare dispositivo logico è al tal punto connaturato alla nostra costituzione di specie da permetterci di poterla efficacemente descrivere attraverso l'esame del suo funzionamento? E il secondo: come mai, di fatto, nel pensiero e nella prassi non siamo sempre vittime del regresso all'infinito, e basiamo anzi la nostra capacità di cognizione e di azione proprio sul gesto di interromperlo?


    Le due domande si tengono. Alla prima, Virno risponde che il regresso all'infinito ci inerisce in quanto la specie umana, a differenza delle altre, si caratterizza essenzialmente per la sua capacità di prendere distanza dalla situazione attuale in cui si trova. Povero di istinti, sovrabbondante di pulsioni, non dotato dall'evoluzione di un sistema di risposte preconfezionate agli stimoli dell'ambiente che gli garantiscano un vantaggio adattativo (per esempio: in autunno vola a sud), l'animale uomo si trova nella continua necessità di trascendere il proprio ambiente, in cui ogni stimolo non è immediatamente distinguibile in segnale (utile) e rumore (non pertinente), dando vita a un mondo, e cioè a un ventaglio di alternative che si fondano appunto sulla presupposizione del limite sempre superabile di ogni ambiente dato. Quanto dire, con Rousseau, che l'uomo è l'animale che naturalmente si denaturalizza, o, con Virno, che ha come propria natura il linguaggio, la cultura, l'artificio. Naturalmente artificiale, la specie umana deve necessariamente, per sopravvivere, far premio su quella capacità di autoriflessione, di tematizzazione di se stessa, che ha ricevuto in dote dal linguaggio verbale. Ogni ambiente viene percepito attraverso il suo limite, e ogni limite come riferito a un ambiente. Iperriflessività, trascendenza e duplicità di aspetto (l'articolazione insieme disgiuntiva e congiuntiva tra natura e artificio), sono i tratti che rendono possibile insieme la sopravvivenza e il rischio del regresso all'infinito.
    Perché di un rischio permanente si tratta (e non, come si pensa in genere, di un errore da emendare), e qui veniamo al secondo quesito. Un pensiero e una prassi che fossero preda senza reagire del regresso all'infinito si condannerebbero all'entropia e all'immobilità: tanti sono, infatti, i mondi possibili, ma alla fin fine in una qualche forma di ambiente (tecnicamente modificato per natura) si dovrà pur vivere, almeno per un po'. Ecco perché, con una mossa a sorpresa, Virno scrive che essenziale e primario all'animale uomo non è tanto il regresso all'infinito ma la sua interruzione, la facoltà di tagliar corto, di decidere: basta così. Tutta la storia della metafisica non è altro che una testimonianza di questo: dalla ricerca di un fondamento (il principio di non contraddizione, l'assioma che non deve essere ulteriormente dimostrato), alla «negazione della negazione » di hegeliana memoria, a molti altri dispositivi. Ma la filosofia è solo uno dei modi in cui la specie si sforza di compiere quotidianamente la sua prestazione primaria, senza la quale non potrebbe vivere: azzerare il regresso, fissare idee, stabilire abitudini, dotarsi di regole che possono diventare a loro volta da strumento a oggetto di controllo senza per questo appellarsi a una metaregola.


    Primaria, primordiale, preliminare è per Virno la decisione che precede, e non segue, la riflessione e la deliberazione. La forma più comune del regresso all'infinito viene esperita non a caso in modalità controfattuale: come sarebbe stato se fossi ancora lì a cercare un fondamento alla mia decisione? Da quel coacervo di potenzialità che è la naturale indeterminatezza costitutiva dell'animale uomo si dipartono di volta in volta decisioni che attualizzano e danno forma a ciò che altrimenti sarebbe solo caos, mera virtualità, entropia. Il che significa, anche, che se ogni decisione ha il suo modello nella decisione preliminare che recide il regresso all'infinito, ogni decisione ripercorre per intero il processo dell'antropogenesi, il passaggio mai del tutto compiuto dalla natura alla cultura, giacché per l'uomo natura è immediatamente la sua cultura, ovvero un rapporto non diretto ma mediato linguisticamente con l'infinito naturale – da cui appunto il rischio costante del regresso all'infinito.


    Tutto ciò ha conseguenze politiche enormi. Se non si esce mai del tutto dallo stato di natura, allora Hobbes e Carl Schmitt e lo stato moderno non sono più i depositari dell'unico mezzo capace di addomesticare il caos, la guerra, l'autodistruzione: il patto di obbedienza, la decisione preliminare che comanda la sottomissione all'autorità. Una risposta imperfetta (lo stato non ha mica eliminato la guerra…) che deriva da una premessa fallace. Il passaggio dalla specie (con le sue regolarità naturali) ai singoli individui (e ai loro aggregati sociali dotatisi di regole contingenti) viene compiuto sempre di nuovo. Non uno solo, tutti quanti, per natura, continuamente decidono; e questo è tanto più vero e viene alla luce tanto più chiaramente in una fase storica, come quella attuale, in cui la riproduzione della specie si basa sempre di più sulla messa al lavoro delle sue attitudini linguistiche. A questa situazione occorrono nuove istituzioni. Ben sapendo, oramai, che non solo la conservazione dell'ordine ma anche la sua continua eversione sono tratti distintivi della nostra natura. Naturalmente artificiale, l'uomo, perché naturalmente rivoluzionario: il passaggio è un po' forte, ma è bello pensarla così.
    In un articolo sul manifesto di tanti anni fa che non posso ritrovare, Virno ha enunciato una volta un sorta di consiglio di prudenza per chi intenda continuare a pensare una trasformazione radicale delle forme di vita in un tempo controrivoluzionario come il nostro. Si basava, se non ricordo male, su un accorgimento retorico ricavato da un romanzo di Sklovskij: una donna proibisce al suo amante infelice di parlarle d'amore, e lui rispetta il divieto scrivendole sempre d'altro e insieme sempre e solo di quello. Così bisogna fare con i nostri temi più cari, sosteneva Virno: fingere di parlar d'altro e in realtà non parlare che di quelli. Non so se scrivendo questo libro avesse in mente quel precetto. Ma certo non mi riesce di inscrivere il suo pensiero in quella postura tipica della filosofia analitica che consiste nel riprodurre con ragionamenti rigorosi ciò che comunque accade confusamente nell'esperienza quotidiana. Se non esiste, come scrive Virno, alcun confine difendibile tra logica e antropologia, nemmeno ne esiste uno tra descrizione e trasformazione del mondo.
    E del resto, di cos'altro parlava il suo libro precedente, Motto di spirito e azione innovativa, se non della possibilità inerente all'umano in quanto specie di risalire di continuo alla regione in cui si stabiliscono le regole attraverso un uso non autorizzato, improprio, arguto, creativo e sovversivo di quelle vigenti? Poi si tratta di inventarne delle altre. Non è che non si debba mai obbedire. Dipende quando, quanto a lungo, come e soprattutto a chi. Se la decisione è il proprio dell'animale uomo, a nessuno potrà essere consentito di poter decidere sempre lui, per sempre e per tutti. Ribellarsi, più che giusto, è naturale.

     

    Daniele Giglioli ( su Alias del 27/11/2010) 

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