Non giudicare


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    COLORO CHE CONDANNIAMO CI PRECEDERANNO NEL REGNO DEI CIELI

    Se osassimo dirci cristiani, oseremmo anche essere testimoni del grande annuncio: «Il momento è qui e ora, il Regno è alla nostra portata, la vita è cambiata, questa è la straordinaria possibilità, la gioiosa notizia» (cfr. Marco 1,15).

    Ma se il Regno è vicino, è alla nostra portata... questo non significa che la regalità di Dio si sia già affermata. Siamo nel tempo del già e non ancora. Se il fermarsi sul non ancora rischia di paralizzarci nell’accettazione supina delle ferree leggi di questo mondo, il buttarsi nella dimensione del già rischia di farci cadere nel fanatismo rigorista. La nonviolenza assoluta, il porgere sempre l’altra guancia, il prestare senza aspettarci restituzione, il fare del bene a coloro che ci perseguitano (o anche solo ci danno fastidio…), la rinuncia a quello che possediamo, il non preoccuparci del cibo e del vestito… sono propositi realizzabili qui e ora? Eppure, se si perde la speranza nel Regno, non siamo ridotti a essere sale senza sapore? Siamo condannati a scegliere tra rassegnazione passiva e velleitarismo rigorista?

     Credenti, non giudicanti

    Un antidoto contro il fanatismo è il rifiuto di giudicare e condannare il prossimo. E come, rifiutando la violenza materiale, si interrompe la spirale senza fine delle violenze, così, col rifiuto di condannare il prossimo, ci si rifiuta di proseguire nella catena delle reciproche accuse e condanne.

    «Non giudicate» (Matteo7,1; Luca 6,37). Come sottolinea Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB 1998, pp. 185 e 190), «Come non siamo chiamati ad essere buoni, ma misericordiosi, così non siamo chiamati ad essere giusti, ma solo a non essere giudici… Qui non si proibisce tanto il giudizio falso, imperfetto o avventato, che certamente è un male… Si esclude invece il giudizio “giusto”. È esattamente questo giudizio giusto che ci condanna, come la legge giusta… Se io “giustamente”, avendo ragione, giudico il fratello, il male di cui lo condanno, per quanto grave, è una “pagliuzza” rispetto al male che io faccio criticandolo e giudicandolo».

    Si propongono, in particolare in Luca, diversi esempi. Essi sono particolarmente significativi anche tenendo conto della notevole discontinuità rispetto alla prassi del mondo giudaico e della chiesa primitiva.

    Luca18,9-14: il fariseo (puro, scrupoloso) e il pubblicano (esattore delle tasse per conto degli occupanti pagani, sfruttatore, ladro). Il delinquente collaborazionista viene giustificato, a differenza del fariseo che si sente superiore ed è per questo lontano dall’umiltà di Dio.

    Luca7,36-50: il fariseo e la peccatrice. Ilfariseo Simone è corretto e gentile. Invita Gesù a tavola, lo chiama «maestro» e cerca persino di scusarlo della brutta figura a cui si espone lasciandosi toccare, baciare e profumare da una nota peccatrice. La donna è perdonata per i suoi «molti peccati», ad essa viene condonato il debito più grande. Il punto di partenza è il perdono di Gesù che innesca un circolo virtuoso in cui amore e perdono si alimentano a vicenda. Il fariseo non riesce ad essere aperto al perdono, non sente di avere contratto dei debiti che debbano essere condonati, quindi si chiude in una triste gabbia in cui «ama poco».

    Luca15,11-32: il disciplinatissimofiglio maggiore e lo scapestrato ragazzaccio “puttaniere”. Entrambi vedono nel Padre un padrone a cui obbedire o contro cui ribellarsi. Il Padre rifiuta la logica schiavo-padrone invitando tutti a una festa gioiosa. Solo il figlio maggiore sembra non aver capito nulla, in quanto si ritiene il figlio buono.

    Luca19,1-10: Zaccheo, capo dei malviventi, capo dei servi dei romani, capo dei tangentisti, il più ricco di una banda di ladri. Gesù osa invitarsi nella casa di questo losco figuro, provocando la reazione sdegnata di tutti i benpensanti. Il pentimento del delinquente è una conseguenza del coraggioso gesto di Gesù. Le buone intenzioni espresse sono probabilmente un’aggiunta redazionale (Dupont, Le Beatitudini, Paoline 1992, vol II, pp.898-902; Ernst, Il Vangelo secondo Luca, vol. II, Morcelliana 1885, pp. 723-26).

    Anche nell’episodio dell’adultera (Giovanni8,3-11) il perdono precede l’esortazione a «non peccare più».

    Matteo21,31 lancia la sfida provocatoria: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel Regno di Dio».

     Farisei di sinistra

    Chi sono, per i farisei di oggi, i peccatori, i pubblicani, le prostitute, i ragazzi incoscienti? Noi «di sinistra», noi «non farisei» saremmo tentati di rispondere «i rom, gli immigrati, i drogati, i carcerati, gli omosessuali!». Ma saremmo con ciò nella direzione indicata dai Vangeli? Non sono questi i «peccatori» per… «gli altri», mentre noi, politicamente corretti, ci crediamo superiori a questi pregiudizi?

    Non tendiamo forse, anche noi «di sinistra» a giudicare inferiori coloro che ci sembrano sulla sponda opposta? Non siamo tentati di scagliare contro di loro feroci maledizioni? Ministri e ministre, calciatori e veline, dirigenti delle multinazionali… sono per noi persone o mostri? Cerchiamo di comprendere la profonda infelicità di queste persone costrette sempre a sorridere e a passare da un successo all’altro? Cerchiamo di avvicinarci alla solitudine di Ratzinger? E chi sono gli elettori di Berlusconi e di Bossi? Forse solo dei plagiati? E chi sono i tifosi del calcio e del Grande Fratello? Solo dei poveri ignoranti? E i devoti di Padre Pio?

    Si dirà che non possiamo mettere sullo stesso piano i carnefici e le vittime, i plagiatori e i plagiati. Ma siamo sicuri che i «carnefici» non siano prima di tutto carnefici di se stessi? I guai pronunciati da Gesù contro i ricchi, i sazi, i gaudenti e coloro di cui tutti dicono bene (Luca 6,24-26) «non si propongono di maledire la gente ma a dichiararla piuttosto infelice e degna di compassione, come gente che fa pietà e che va commiserata. L’interiezione ούαι è stata adoperata dai Settanta per tradurre varie interiezioni ebraiche… Si tratta sempre di un grido di dolore» (Dupont, op. cit. vol. III, p. 41). «Ahimè per voi, i ricchi… È un lamento di compianto che Gesù rivolge ai ricchi, per avvertirli di un male di cui non si rendono conto» (Fausti, op. cit. p. 170). Le stesse considerazioni valgono per i guai pronunciati contro gli scribi e i farisei, contro le città che non si erano convertite, contro Giuda.

    Certamente queste considerazioni non significano una rinuncia a pensare e ad avere delle opinioni anche molto severe sulle azioni del governo e dei manager dell’economia, sul ruolo dei media, ecc. Ma queste opinioni devono limitarsi alle azioni, non alle persone. Riguardano la sofferenza delle vittime (talvolta inconsapevolmente complici) non una presunta colpevolezza degli infelici carnefici. Per Gesù le peccatrici sono pur sempre donne che hanno scelto una vita sbagliata, i pubblicani sono pur sempre dei grandi imbroglioni, il “figliol prodigo” un caratteraccio, l’adultera un’adultera. Ma la misericordia copre tutti i peccati e il giudizio sembra cadere proprio su quelli che si ritengono autorizzati a emettere giudizi.

    E soprattutto occorre cominciare da noi stessi. Come diceva Gandhi, «ogni qualvolta vedo un uomo che sbaglia, mi dico che io pure ho sbagliato… e così mi sento affine a ciascuno nel mondo» (Antiche come le montagne, Comunità 1983, p. 109). La severità per quanto riguarda la nostra condotta non deve tuttavia neppure indurre a condannare noi stessi, a coltivare in noi distruttivi sensi di colpa. La misericordia di Dio riguarda anche noi! Paolo considerava spazzatura la sua brillante carriera di fariseo, il suo zelo, la sua irreprensibilità (cfr. Fil. 3,4-8). Tutto ciò diventa nulla rispetto al guadagnare Cristo, allo sperare nella Resurrezione, perché «Dio ha richiuso tutti nella disobbedienza per usare misericordia a tutti» (Romani 11,32). L’autore delle lettere pastorali mette in bocca a Paolo la seguente confessione: «Gesù Cristo è venuto al mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (ITimoteo 1,15).

    Se si può stabilire un criterio che distingua un credente da un non credente, un segno importante (anche se non esclusivo) potrebbe essere il seguente: «credente è colui che riconosce i propri errori ed è cauto nel giudicare gli altri». Ma questo atteggiamento non va esibito (sarebbe una nuova forma di fariseismo!) ma piuttosto silenziosamente testimoniato.

    Riusciamo, in qualche modo, a non giudicare, anzi a sentirci affini a… Berlusconi, al “pazzo” che sfreccia a 200 all’ora, a chi sembra sprecare la propria vita, a chi spreme gli altri e se stesso per il dio denaro, a chi promuove la guerra? La risposta è no. Forse se trovassimo il coraggio di dire, come il padre del figlio epilettico, «Credo, aiutami nella mia mancanza di fede» (Marco9,24), potremmo sperare di essere salvati, insieme a tutti i “delinquenti” di questo mondo.

    Dario Oitana ( dal n. 364 de Il Foglio - mensile di alcuni cristiani torinesi)

      

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Data: venerdì 26 novembre 2010

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