“La vita autentica” di Vito Mancuso. Conosci te stesso, l’arte più difficile


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    È saggio colui che osserva il proprio io e fa di se stesso un oggetto di conoscenza. «Conosci te stesso» stava scritto all’ingresso del tempio di Apollo a Delfi, nell’antica Grecia. «Impara a conoscerti» si legge oggi sui testi scolastici di storia della filosofia, che ricordano come Socrate avesse posto questo insegnamento alla base del sapere utile all’uomo.

    Un insegnamento che l’umorista americano John ny Hart ha preso di mira nelle sue strisce. L’amico Peter chiede a Wiley: «Qual è la cosa più importante per l’uomo?». E Wiley: «Conoscere se stesso. Ma tu lascia perdere, potresti avere una brutta sorpresa».

    Dall’antica saggezza di Socrate ai counseling filosofici o ai training motivazionali di oggi per atleti e manager in cerca di risposte, il «Conosci te stesso» è rimasto un punto di riferimento obbligato nel lungo cammino del pensiero occidentale. Riproposto nella tarda antichità da Seneca, Marco Aurelio e Sant’Agostino, ripreso nella seconda metà del Cinquecento dai Saggi di Michel de Montaigne, ricomparso come oggetto dell’indagine filosofica ottocentesca con Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche («Divieni ciò che sei» è l’esortazione che si ritrova spesso nei suoi scritti), l’insegnamento socratico è riemerso, nel Novecento, fra gli abissi dell’inconscio portati alla luce dalle teorie psicoanalitiche.

    E oggi? A prenderlo sul serio come termine di confronto in un saggio sull’uomo contemporaneo (La vita autentica, Cortina, 100 mila copie in pochi mesi) è Vito Mancuso, docente di teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano, autore del best-seller L’anima e il suo destino.

    Professor Mancuso, è possibile conoscere se stessi?
    È molto difficile ma è possibile, direi anche doveroso. La conoscenza di se stessi è difficile per almeno due motivi di fondo, il primo dei quali è la sovrapposizione di soggetto e oggetto. Intendo dire che, quando conosco qualcosa di esterno a me, io sono il soggetto, la cosa conosciuta è l’oggetto, e questa distanza garantisce una chiara possibilità di visione. Man mano però che l’oggetto mi diviene più vicino (ovviamente in senso psichico e affettivo) la vicinanza mi offusca la chiarezza della visione, prova ne sia la difficoltà che spesso provano i genitori nel conoscere, o nel riconoscere, i figli. Quando poi si tratta di me stesso, allora la vicinanza è tale da essere identificazione e per questo occorre un grande lavoro della mente perché il soggetto conoscente risulti in grado di conoscere obiettivamente se stesso come oggetto conosciuto.

    E la seconda difficoltà di fondo?
    È legata al fatto che noi in quanto fenomeno vivente non siamo un’esattezza statica come lo sono il risultato di un’equazione matematica o una data storica, ma siamo piuttosto un processo dinamico, che diviene e che divenendo cambia, progredendo o regredendo, a volte in modo tale da risultare davvero molto diverso. Quindi la conoscenza di sé impone un lavoro continuo, una sorveglianza sempre desta, un processo che dura tutta la vita.

    Come si realizza questo lavoro?
    Riferendomi a due concetti della tradizione cristiana e di altre grandi spiritualità, direi che per superare le difficoltà segnalate occorre distacco da sé e vigilanza. Con questi strumenti la conoscenza di sé diviene possibile. Io aggiungo che è doverosa perché, come diceva Gesù di Nazaret, «quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?». Conoscere se stessi equivale a custodire la propria anima.

    Bisogna cercare da soli o appoggiarsi a chi ritiene di avere le ricette adatte a spiegare il mistero dell’uomo: la filosofia, la religione, la scienza?
    Entrambe le cose. Proprio perché è un processo che dura tutta la vita, ci sarà un momento nel quale ci dovremo appoggiare ai grandi che ci hanno preceduto andando a scuola da loro, e di solito ciò coincide con l’inizio della formazione umana e spirituale. Poi arriverà un altro momento, quando si dovrà sottoporre a verifica critica gli insegnamenti ricevuti, una stagione spesso segnata dalla solitudine. Queste due fasi si intrecciano a formare la personalità matura, la quale sa che non può prescindere dalle grandi lezioni del passato ma nello stesso tempo sa che è chiamata a essere se stessa, ad avere una propria personalità spirituale, a non essere la replica di nessuno.

    Nel suo saggio lei scrive che l’uomo autentico è «l’uomo libero anzitutto da se stesso». Come possiamo essere liberi da noi stessi?
    La libertà si dice in molti modi, il primo dei quali è l’autonomia da costrizioni esterne. Ma è sufficiente conoscersi solo un po’ per sapere che la vera costrizione è quella che sorge dalla nostra interiorità, e quindi la lotta per la libertà è soprattutto lotta contro la nostra pigrizia, la nostra ambizione, contro tutta la sfilata dei nostri vizi. Lei mi chiede come si diviene liberi da questo sottosuolo oscuro che ci portiamo dentro. Io credo nel potere di attrazione dell’amore, della bellezza, della verità, della giustizia. Non credo cioè che si diviene veramente liberi da se stessi fustigandosi e negandosi secondo un ascetismo di altri tempi che ha creato tanto danno al corpo e alla psiche, ma piuttosto lasciandoci affascinare dagli ideali e dai valori più puri.

    Se uno studente le chiedesse il titolo di un paio di libri da usare come compagni di viaggio, che cosa risponderebbe?
    Anzitutto il Diario di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che perse la vita ad Auschwitz a 29 anni e che nelle sue pagine ci ha lasciato un amore e un entusiasmo per la vita che sono un vero e proprio balsamo per la sfiducia che pesa sul nostro tempo. Poi consiglierei le lettere di Pavel Florenskij alla moglie e ai figli dal gulag staliniano, pubblicate col titolo Non dimenticatemi, un’altissima testimonianza di quale nobiltà si può attingere conoscendo veramente se stessi.

    Perché?
    Perché si tratta di due testimoni che hanno pagato con la vita la difesa degli ideali spirituali. Entrambi avrebbero potuto imboscarsi. Non l’hanno fatto. Se l’avessero fatto, non si sarebbero più riconosciuti.

    Mauro Anselmo (dal blog di Panorama del 24 Marzo 2010)

      

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Data: giovedì 25 novembre 2010

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