L’Occidente è malato. Di lavoro.


  • L'Occidente è malato. L'infezione è antica di almeno vent'anni, forse venticinque, ed è di quelle si­lenziose, che conquista lenta­mente ma progressivamente un pezzo di corpo dietro l'al­tro senza che quel corpo se ne accolga. Quello che sta ac­cadendo in Occidente da un quarto di secolo a questa par­te è che il valore del lavoro diminuisce costantemente». Questo è l'incipit del libro di Marco Panara (La malattia dell'Occidente, perché il lavo­ro non vale più, ed. Laterza 2010) che ha, nel passo, il to­no del celebre "attacco" del Manifesto del Partito Comu­nista di marxiana memoria: «Uno spettro s'aggira per l'Europa ... ».

    Con Carlo Marx il libro di Panara non ha ideologica­mente nulla a che fare. Ma con il metodo di analisi dell' e­conomista e della tradizione classica sì: ed è la ricerca di una spiegazione strutturale che rimetta insieme quello che è accaduto negli ultimi venti anni nei rapporti tra ca­pitale e lavoro e chiudere in un'interpretazione, che è in­sieme economica e politica, molti degli sconquassi che il mondo occidentale si trova oggi davanti.

    Le domande che ci si pon­gono oggi davanti sono sem­plici: perché il futuro appare peggiore del passato? Che co­sa è successo nelle nostre so­cietà dove una velina diven­ta punto di riferimento delle aspirazioni? Perché la polIti­ca è diventata populista e la so­cietà frammentata e sempre più diseguale? In un raccon­to semplice e avvincente de­gli avvenimenti degli ultimi anni Panara legge lo scontro titanico, che ha visto il lavoro perdere di peso contro il capitale. Questa sconfitta, è la sua tesi, sta cambiando i destini dei singoli e quello delle società: se il lavoro va­le meno è più difficile aumen­tare il tenore di vita, mante­nere quello raggiunto. Ed è così che per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, una generazione fa i conti con uno spettro finora sconoscIU­to: quello di avere davanti a sé un futuro peggiore del pas­sato.

    Ma l'infezione non sta "attaccando" solo l'''homo oeco­nomicus", ma anche il corpo politico delle nostre democra­zie fondate "sul lavoro", non tanto per dettato costituzio­nale (com'è nel caso della no­stra) ma per vera sostanza perché è stato il lavoro ad es­serne l'elemento fondante, cioè la chiave per realizzare le proprie aspettative e per definire il proprio ruolo nel­la società. Se l'obbiettivo di una vita diventa il denaro, se è il denaro e non più il lavo­ro che protegge lo status dei singoli, se è il patrimonio e la rendita a tessere la tela dei valori sociali e ad avere modellato su di sé le società e le loro scale di valori, è la stessa democrazia ad essere attaccata. La perdita di valo­re economico e "civile" del la­voro spazza via un collante sociale storico delle nostre democrazie, separa il lavoro dai diritti, sostituisce la con­divisione di metodi e obbietti­vi con un individualismo chiuso in se stesso e non com­petitivo. Le democrazie si so­no così fatte più fragili, la po­litica più populista con i suoi leader accattivanti. Il processo di costruzione del consen­so per raggiungere il progres­so si sta facendo difficile divi­so com'è tra le lobby sempre più potenti delle nuove elite e il conservatorismo arrab­biato di quegli strati delle so­cietà che stanno perdendo po­sizioni.

    Il libro di Panara tesse il fi­lo del racconto attraverso gli episodi salienti degli ultimi anni fino alla crisi mondiale finanziaria, ultimo strata­gemma maldestro e catastro­fico del capitale di sostituire con l'economia del debito il potere d'acquisto eroso dalla caduta del lavoro. Non toglie­remo al lettore il piacere di sapere quali sono, secondo Panara, le proposte per "usci­re dalla trappola" in cui ci si è cacciati ed invertire una rotta che, se proseguisse, ci porterebbe ad un futuro dav­vero pieno di incognite. Ba­sti dire che esse potrebbero costituire una sfida e un pun­to di riferimento per chi, co­me la sinistra, è stata la gran­de assente di questi anni nel­la formulazione di una lettu­ra e di un programma che ri­costruisca un disegno di so­cietà diverso da quello preva­lente "sul mercato".

     

    Alessandra Carini  (su Il Mattino di Padova del 17/11/2010)

      

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