Scheda del film La sottile linea rossa di Terrecnce Malick


  • La sottile linea rossa

    La scelta del film è stata dettata da una sottile vendetta. Lo scorso anno, con L’uomo del treno, di Patrice Leconte, la scelta sembrava ingenua. In effetti, il film non si poteva dire forse un capolavoro. Ma il tema, a mio parere, non era affatto ingenuo. Approfondiva la riflessione sull’incontro io-tu, sulla linea della filosofia del dialogo. Un nome per tutti, quello di Martin Buber.

    Quest’anno, ho provato a elevare la proposta, anche se non ho avuto il coraggio di presentare la produzione più recente di Terrence Malick come, ad esempio, The Tree of Life o Knight of Cups.

     

    Terrence Malick(Ottawa, Illinois, 1943) è un regista statunitense che divide critici e pubblico. Alcuni lo considerano tra gli autori più validi e impegnati del panorama cinematografico mondiale. Altri lo detestano e ne criticano l’involuzione poetica e stilistica. È un autore molto parco nella produzione di film. Proviene dalla filosofia, che ha studiato e insegnato. Ha tradotto anche un’opera di Martin Heidegger (Vom Wesen des GrundesThe Essence of Reason), traduzione che rappresenta ancora il testo di riferimento per gli Usa. I filosofi che ha studiato maggiormente sono Kierkegaard, Wittgenstein e, appunto, Heidegger. I suoi sono film visionari, spiazzanti, spesso difficili da seguire per la struttura labirintica e filosofica.

     

    Il film

    Il film che ho scelto è La sottile linea rossa, film del 1998. Un film storicizzato, che non corre il rischio di essere discusso come – da parte di alcuni – l’ultima o ultimissima produzione.

    Dal punto di vista del contenuto è un war epic. Racconta un episodio della conquista dell’isola di Guadalcanal da parte degli americani, nella guerra nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale.

    Film enigmatico, che prende le mosse dalla domanda iniziale della voce over: «Cos’è questa guerra stipata nel cuore della natura?» Guerra dell’uomo contro l’uomo, guerra dell’uomo contro la natura, guerra di una natura lacerata e contraddittoria. Un film ostico e sfuggente tanto sul piano dell’antimilitarismo quanto su quello complementare dell’innocenza della natura. Malick pone il conflitto nel cuore delle cose. Il conflitto non viene inoculato nella natura, ma è la natura che lotta contro sé stessa. Perché anche l’uomo è natura. La natura non è innocente, contiene il male. La voce over si chiede se la natura contenga una forza vendicativa. Ma una vendetta, in nome e per conto di chi consumata? La natura contiene un principio di auto-soppressione? Si tratta di finitudine? Un film eracliteo, in cui polemos è padre di tutte le cose.

    Questo strato profondo della guerra è comunicato attraverso una struttura paratattica e non ipotattica. Malick accosta fatti, cose, accadimenti, sentimenti. Ma a tutto ciò non dà una struttura discorsiva, logica. Non subordina e non coordina, non risolve in un ordine gerarchico, comprensibile, razionale. La stessa struttura militare è irrazionale o inumana. Le cose non si lasciano spiegare. Il film destruttura il war movie, contravvenendo a tutte le regole del manuale che il governo aveva studiato per Hollywood nel periodo della seconda guerra mondiale. La guerra non è gestibile, è l’emergere parossistico della conflittualità insita nelle cose.

    Dunque, film di guerra. Ma la guerra non è altro che la porta attraverso cui si riesce a dire qualcosa di definitivo, di essenziale, di radicale. Più forte della guerra non c’è nulla per porre le domande essenziali dell’uomo. La guerra è una tragedia umana, per le dolorose perdite che infligge, ma è anche la suprema sconfitta logica e filosofica per l’uomo. Nulla come la guerra interroga l’uomo in profondità. Si potrebbe dire che la guerra, per l’umanità, rappresenti l’escatologia: che altro c’è da dire dopo? 

    Occorre non lasciarsi fuorviare dal fatto che si tratta di un film ambientato in una guerra, in un assalto. Il plot bellico serve come elemento di condensazione emotiva, come catalizzatore di sentimenti.

    «La guerra produce situazioni molto drammatiche e visivamente interessanti ai fini di una sceneggiatura. In un breve arco di tempo le persone attraversano un fantastico periodo di tensione, il che, in una storia ambientata in tempo di pace, sembrerebbe in realtà artificioso e forzato, perché tutto succederebbe troppo rapidamente per essere credibile. Il film di guerra permette di descrivere con straordinaria concisione l’evoluzione di un atteggiamento o di un personaggio. Così i problemi più velocemente si sviluppano fino alle loro conclusioni logiche». (S. Kubrick)

    Il film di guerra raggiunge l’ideale delle tre unità, caricando la storia in maniera parossistica e avvincente.

    È un film mito/logico. Mito perché racconto, logico perché intriso di pensiero, con riferimenti filosofici che possono essere letti abbastanza agevolmente. 

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Data: lunedì 12 febbraio 2018

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