L’ AVVOLTOIO (1920)

                           L’ AVVOLTOIO              (1920)

     

    C’era un avvoltoio che menava colpi di becco contro i miei piedi. Aveva già lacerato stivali e calze e ora già beccava i piedi. Continuava a menar colpi, poi volò più volte irrequieto intorno a me e riprese il lavoro.

    Passò un tale che stette a guardare  e dopo un poco domandò perché tolleravo quell’avvoltoio.

    “Sono inerme” risposi. “È venuto  e ha cominciato a beccare. Naturalmente volevo cacciarlo via, tentai persino di strozzarlo, ma un animale così ha molta forza e poiché stava già per saltarmi in viso ho preferito sacrificare i piedi. Ora sono quasi straziati.”

    “Come si fa a lasciarsi torturare così?”  disse quello. “Uno sparo  e l’avvoltoio è spacciato.”

    “Davvero?” esclamai. “E  ci  vuol pensare lei?”

    “Volentieri” rispose. “Devo  soltanto andare a casa  a prendere lo schioppo. Può aspettare ancora mezz’ora?”

    “Non lo so” dissi e stetti come irrigidito dal dolore.

    Poi soggiunsi: “Per favore, tenti in ogni caso”.

    “Sta bene” disse lui “cercherò di far presto.”

    Durante questo colloquio l’avvoltoio aveva ascoltato tranquillo guardando ora me, ora lui.

    Ora vidi che aveva capito tutto, si sollevò, piegò la testa all’indietro per prendere slancio e come un lanciere affondò il becco attraverso la mia bocca,

    dentro di me.

    Cadendo all’indietro sentii, liberato, che nel mio sangue straripante, di cui erano piene tutte le cavità, l’avvoltoio affogava irrimediabilmente.

     

                    FRANZ  KAFKA      (1883-1924)

                 (da “Racconti”,  Mondadori  1970)

     

    [...]