Si accorse che stava emergendo dal sonno,

     e si sentiva pervaso da un calore malsano, sotto quelle massicce coperte di lana.  Si era addormentato come al solito quasi subito dopo il pranzo:  aveva mangiato nella sua stanza; era una vitrea giornata  di tardo inverno, e la luce secca di quel dorso di montagna che sbarrava l’orizzonte a est gli aveva tenuto compagnia.

    Aveva tentato di trangugiare qualche cosa, perché gli era stato detto che bisognava mangiare, nutrirsi, in qualunque modo.   Mettersi con un piatto davanti, e carne,  e pane, portare alla bocca il cibo, sentirlo, come gesso, nella gola chiusa.

    Un uomo già vecchio, quasi, adattarsi a questa pantomima, per protrarre la vita, quella vita?  E ogni pomeriggio era così, da quando era rimasto solo: mangiare, sdraiarsi semivestito sul letto, buttarsi addosso le coperte, dormire.

    Guardando il cielo sopra il dorso della montagna, bassa, a coltello più che a muraglia, poteva addormentarsi.

    Poi il risveglio al crepuscolo, risveglio capovolto, fuori del tempo, quasi in potere della sera. Di già?

    Era febbraio, quando passano sulla terra giorni brancolanti in un limbo, incerti se abbandonarsi alla nebbia, ma  rivolti al vento e al sole. E i loro crepuscoli si consumano lunghissimi, in presentimenti, in rimpianti oscuri.

     

             ANDREA  ZANZOTTO    (1921)

          (da “Risveglio pomeridiano”,  1953;

          in “Sull’altopiano”, ed. Manni 2007)

    [...]