Mia madre

     veniva dal più clericale dei clericali paesi dell’Oltretanaro, da una gente che aveva per bandiera proprio quello che i Fenoglio, secondo lei, si mettevano facilmente sotto i piedi: il timor di Dio e l’onore del mondo.

    E con questa opinione doveva ora consentire che io andassi in vacanza dalla zio Paco per un mese intero.  Ricordo che si passò una mano davanti agli occhi, forse per cancellare l’apparizione di Paco nella sua tenuta ordinaria per mercati e fiere: in camicia a disegni di fiori e frutta, corpetto grigioferro, squadrato e con tanti taschini incolonnati da somigliare a un mobiletto per ufficio, calzoni rosso mattone e scarpe polacchine della medesima tinta. I calzoni erano talmente attillati allo stinco che mio padre giurava che Paco ogni notte per svestirli doveva necessariamente  svitarsi i piedi.

    Mio padre ridacchiò polemico. “Il ragazzino,” disse di me, “è un Fenoglio spaccato. Ti piaccia o no, è tutto dei miei. Piglialo negli occhi, piglialo nel naso”.

    E mia madre:  “Che di fuori sia dei tuoi è un fatto lampante e in fondo non ne sono scontenta perché belli non siete ma avete tante particolarità che piacciono. Di dentro però, nell’anima, non è ancor detto che sia dei tuoi, e io spero e prego che no. Ma se noi a ogni estate continuiamo a mandarlo sulle langhe, per forza finirà col farsi un’anima Fenoglio, anche se alla nascita non ce l’aveva”.

    Quanto a me, debbo dire che quella miscela di sangue di langa e di pianura mi faceva già da allora battaglia nelle vene, e se rispettavo altamente i miei parenti materni,  i paterni li amavo con passione, e quando a scuola ci accostavamo  a parole come  “atavismo” e “ancestrale” il cuore e la mente mi volavano subito e invariabilmente ai cimiteri sulle langhe.

     

             BEPPE  FENOGLIO   (1922-1963)

              (da “Un giorno di fuoco”, ora in

           Romanzi e racconti,  Einaudi 2001)

    [...]



Le altre settimane

Ecco le frasi delle domeniche passate. Per riflettere durante la settimana.

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