Sagge e ponderate riflessioni di uno stanco ma lucido uomo di potere.

            

    Non ch’io disprezzi gli uomini: se lo facessi, non avrei alcun diritto, né alcuna ragione, di adoperarmi a governarli. So bene che sono vanitosi, ignoranti, irrequieti, capaci quasi di tutto pur di arrivare, pur di farsi  valere, anche solo ai propri occhi, o anche soltanto per evitare di soffrire.

    Lo so bene: sono fatto anch’io come loro, almeno in alcuni momenti, o avrei potuto esserlo. Sono troppo tenui le differenze che scorgo tra gli altri  e me, perché  contino nel totale. Perciò, faccio del mio meglio affinché il mio atteggiamento si discosti tanto dalla fredda albagia del filosofo quanto dall’arroganza del Cesare.

    Non manca un barlume di luce neppure nel più opaco degli uomini: un assassino suona il flauto con garbo; un aguzzino che lacera la schiena degli schiavi con le frustate è forse  un figlio eccellente; un idiota può essere pronto a dividere con me l’ultimo cantuccio di pane che gli resta. E ce n’è ben pochi, di uomini, a cui non sia possibile insegnare qualcosa a dovere. Il nostro errore più grave è quello di cercare di destare  in ciascuno proprio quelle qualità che non possiede, trascurando di coltivare quelle che ha. […]

    Nella maggior parte degli uomini, ho riscontrato scarsa fermezza  nell’operare il bene, ma altrettanto nel compiere il male; la loro diffidenza, la loro indifferenza più o meno ostile cedeva quasi troppo presto, quasi in modo abietto, e con eccessiva facilità si mutava in gratitudine, in rispetto, sentimenti  del resto altrettanto effimeri; persino il loro egoismo avrebbe potuto esser indirizzato a fini utili.

    Tuttora mi meraviglia che siano stati così pochi a odiarmi; nemici accaniti ne avrò avuti due o tre, e,  come sempre avviene, in parte  per colpa mia.

    Alcuni mi hanno amato: e m’hanno dato molto più di quel che io non avessi diritto di esigere, neppure di sperare da loro: la loro morte, a volte la loro vita.  E il dio che portano in sé spesso si rivela al momento della morte.

     

            MARGUERITE  YOURCENAR      (1903-1987)

                          (da “Memorie di Adriano”,

                                    Einaudi  1963)

    [...]



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