ANNE VERCORS


    Son qui seduto, e dall’alto vedo ai miei piedi disteso il paesaggio. Riconosco le strade, conto le fattorie e i villaggi, di cui so il nome e la gente che vi sta. Immensa piana a perdita di vista, in questo scorcio, verso il Nord!

    E là, alzandosi, la collina forma intorno a quel villaggio come un anfiteatro. E dappertutto, in ogni istante, verde e rosa di primavera, azzurra e bionda d’estate,  bruna d’inverno o tutta bianca sotto la neve, davanti a me, ai miei lati,  intorno, sempre vedo la Terra, come un cielo immobile dai cangianti colori. E questa ha un suo aspetto particolare come una presenza amica.

    Ora è la fine. Quante mattine mi son levato per andarmene al mio lavoro!

    Adesso è sera, e il sole riconduce uomini e cose come per mano.

    Ah, ah!  Ecco che io stendo le braccia nei raggi solari, come il sartore che misura la stoffa.

    È  venuta la sera.  

    Abbi pietà dell’uomo, Signore, nel momento che sta, finito il suo compito,  davanti a te, come un fanciullo di cui si esaminano le mani.

    Le mie son nette. Ho finita la mia giornata.  Ho seminato il frumento e l’ho mietuto, e del pane che ho fatto i figli miei si son comunicati.

    Ora ho finito.  Finora c’era qualcuno con me. Adesso, la mia donna e la mia figliola partite, sono solo a render grazie davanti alla tavola sparecchiata.

    Loro son morte, ma io vivo sulla soglia della morte e una gioia inesplicabile è in me.

     

                PAUL  CLAUDEL     (1868-1955)

            (dal  IV  atto de “L’annunzio a Maria”,

                     ed. Vita  e pensiero  1931)

     

    Traduzione di  Francesco Casnati.

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