Con l’immagine della dissoluzione di tutto, chiude il suo


                “cantico” il gallo  salvatico, “Il quale sta in sulla terra coi

                 piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo”.   Quel “silenzio

                 nudo” e quella “quiete altissima” sono indimenticabili …                    

     

    In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire.

    Tanto in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte: poiché non per altra cagione la vecchiezza prevale    manifestamente, e di sì gran lunga, nella vita e nel mondo.  Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile.

    Solo l’universo medesimo apparisce immune  dallo scadere e languire: perocché se nell’autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se  bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca,  nondimeno continuamente invecchia.

    Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso.

    Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

     

                   GIACOMO  LEOPARDI    (1798-1837)

               (dal “Cantico del gallo silvestre”, una delle

                    “Operette morali”,  Garzanti  1982)

     

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